
L’aspettavo e infatti, puntuale come una dichiarazione di reddito, è arrivato, il beaujolais nouveau. Stavolta però niente striscioni rosso e bianco lungo i bistrot, niente grida di gioia rablaisiane sulle copertine esposte in edicola. Bensì sobrissime e, se si vuole, eleganti cartoline che annuncianoche it’s beaujolais nouveau time. Uh?
E che, fosse ben chiaro, a me piaceva il beaujolais nouveau est arrivé, come una grande risata liberatrice, un pretesto di fare ripaglia, come un flusso di vecchi pichet marroncini scolati da altrettanti avventori dal naso rosso a patata (non è un cliché, era proprio così!), da bere fregandosene sull’andouillette o l’insalata con la pancetta e il caprino stagionato. Una roba da luoghi popolari, da tovaglie a quadretti, una roba che tutti dovevano festeggiare degnamente a colpo di sbornie (e pasticche reni), anche se non sapevano manco loro bene perché. Perché in fondo c’è poco da festeggiare per un vinello boostato a colpi di macerazione carbonica, un mero succo di uva fermentato e acidino al quale è stato negato il tempo di mutarsi degnamente in vino. Quindi fosse per me toglierei tranquillamente l’appellazione vino (così come per il novello italiano, eh, non è che siete risparmiati voi là, dall’altra parte del mont blanc), e visto che ci siamo toglierei anche quel time, che proprio mi da sui nervi. Insomma, arredateci i vecchietti, gli striscioni e l’orrenda piquette divertente di una volta! Intanto, e se stasera ci facessimo ‘na bella biretta belga?
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