Beh, oddio, speriamo che non sia proprio vero che si diventa ciò che si mangia ché dare della boudin a una ragazza mo’ non è che sia esattamente un complimento (boudin significa ’salsiccia’, ma quelle di interiora, non pregiate in genere – e ho detto tutto). Quella col boudin però è una lunga storia di non amore, incominciata un giorno che dovevo avere 7 o 8 anni. Era inverno e, passeggiando per la campagna fiamminga, siamo sbucati per caso davanti a una piccola fattoria. E li c’era, appeso al muro di mattoncine rosse, un enorme maiale, fresco di uccisione, che finiva di essere dissanguato. Ricordo sopratutto – nel senso che ancora lo vedo mentre ve lo scrivo – il flusso denso e scuro che colava dalla gola, raccolto in una tinozza di metallo (di quelle che 50 anni fa si usavano per fare il bagno, avete presente?), posta al suolo. Ecco, quel giorno lì mi son detta che col cavolo che avrei ancora mangiato le salsicce fatte con quella roba là (probabilmente, prima di quel giorno, non m’ero mai posto la domanda, un po’ come i bimbi di oggi che non sempre sanno che il pollo non è un’entità eterea che cresce, confezionata in pellicola, su qualche particolare albero). E infatti ho mantenuto la promessa per una quindicina di anni, fino al giorno in cui, essendomi intestardita sul fatto che dovevo esplorare le autentiche trattoriuzze bruxellesi, mi sono ritrovata, da Stekkerlapatte (se passate da bruxelles, andateci, è un ordine :-), davanti appunto al beuling con le mele. Che sarebbe, più o meno, ciò che vedete in foto. Sanguinaccio, volendo dirla con parole non mie.
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