
Non so se Bachelard è un autore che si legge in Italia. Fatto sta che Bachelard, e la sua l’acqua e i sogni (saggio sull’immaginario della materia), è importante, dal punto di vista dell’analisi letteraria, e che ciò che dice del rapporto all’acqua e di ciò che rappresenta, symbolizza e suggerisce l’acqua per e nella mente umana, delle sue valenze nell’immaginario, è praticamente universale. E Venezia, in questa ottica, è esattamente la cristallizazione del pensiero acquatico di bachelard, è il punto in cui tutte le sue letture si incrociano, il luogo dove tutte le tipologie dell’acqua sono presenti simultaneamente, come un groviglio, un concentrato. Insomma Venezia, oltre a tutto ciò che se ne dice, è anche un crogiolo di sogni, è materia cangiante, è spunto permanente per la mente, un microluogo che affascina e magnetizza non solo il turista medio ma anche una bella schiera di intellettuali francofoni e non (ma sopratutto francofoni :-). Penso a d’Ormesson, a Ezra Pound, a Philippe Sollers, nutrito di Casanova (sempre lì siamo, e sempre nei francofoni), e a Vincent Engel. Questi nomi per me erano non dei punti di riferimento ma dei veri e propri fari, ed è con queste letture in tasca che sono andata, per la prima volta, a Venezia, un 12 anni fa. Poi sono tornata, diversamente, ma quasi sempre d’inverno. E così anche questo weekend.

Più prosaicamente, Venezia d’inverno era ed è sempre un gran freddo bestiale, poi sono, nell’ordine, delle gran camminate, per forza, e una quantità indicibile di spritz e almeno altrettante grosse olive verdi, delle pietre, delle pieghe nell’acqua, e poi dei luoghi piccoli e stretti, quasi oltre l’immaginabile, riscaldati, dove ci si ristora in tutti i sensi della parola. Stavolta, oltre ai pensieri sulla vita di altri tempi, sul miracolo della laguna, su ciò che di efimero appare e scompare nella nebbia, oltre alle meditazioni su una Venezia che non c’è più da tempo e che non si smetterà mai di rimpiangere, e di immaginare, e di innestare sui propri sogni, ovviamente – come poteva essere diversamente? – sono anche andata a guardare un po’ al lato mangereccio della faccenda veneziana. E vi lascio un paio di indirizzi.



Al Marca’
Questo posto qui mi è piaciuto tanto. Forse perché ricorda altri viaggi, altri luoghi, e il bisogno quasi universale dell’essere umano di radunarsi, in certe ore, nelle piazze, e di bere un aperitivo, in piedi, stuzzicando e chiacchierando en passant. Al Marca’ è proprio cosi, ci sono capitata un sabato dopo il mercato, anzi veramente già alle 11h30 c’era un bel giro di calici e stuzzicchini. Verso pranzo, la piazza man mano si riempie, al banco si ritirano polpettine di melanzane, di tonno o di carne, o dei mini panini (a Venezia sembra si contempli tendenzialmente solo un tipo di pane che è quello all’olio) farciti di ossocollo, soppressa veneta, e quant’altro. Ottimo i panini, interessante la lista dei vini, e delizioso sorseggiare lo spritz carico di ghiaccio saltellando da un piede sull’altro in una fredda giornata dicembrina.
Al Marca’, piazza Cesare Battisti, 213 San Polo


Mascaron
Ci siamo semplicemente capitati per caso, anche se la doppia porta vetrata interamente tappezzata di segnalazioni sulle guide lascia poco spazio al dubbio. Mascaron oserei quasi dire che è esattamente il tipo di locale che idealmente cerco quando vado in un qualche luogo la cui cucina tipica vorrei conoscere (manco a dirlo, si trova quasi mai): una trattoria, tenuta bene, intimista, vecchio stile ma decorata in modo spiritoso, consapevole, che ha quel inconfondibile sapore di vero, il quale però non è sinonimo di primitività. Si serve il cibo tradizionale, preparato con un’attenzione molto forte alle materie prime, una cura nel cucinare secondo me parecchio sopra alla media, un’intelligenza nella cucina che si indovina, decisamente notevole, e che consiste nel fare semplice ma azzeccato (pare facile detto così e in realtà è la cosa più difficile al mondo), consiste nel saper ascoltare i sapori e le consistenze, e dosare di conseguenza gli ingredienti e le cotture, in modo millimetrico. Insomma un posto insieme alla mano e anche molto buono, un sogno. Per dire, le sarde in saor (fritte poi marinate in agrodolce con cipolla, uvetta e pinoli) erano buonissime, la marinatura equilibratissima; l’insalata di polpo era grandiosa, il polpo molto fresco, cotto a un punto davvero ammirevole, condito in parte con le sue stesse interiora (da queste parti dei moscardini & co non si pulisce in principio quasi nulla, chiaramente lo puoi fare solo con della roba freschissima) e – ed è proprio così che la cucina dovrebbe essere – si sentiva la freschezza del polpo, il mare, la qualità dell’olio d’oliva, poco più, e infatti non ci voleva nient’altro. I maltagliati alla granseola erano semplicemente spa-zi-a-li, sottile e insieme consistente la pasta, e un sugo di nuovo bilanciatissimo nel quale si individuva chiaramente il sapore delicato e dolciastro e la consistenza morbida del granchio. Veramente posticcino ottimo, coup de coeur esponenziale, raccomandatissimo, sui 40 euro per un un antipasto e un primo, vini esclusi.
Osteria al Mascaron, Santa Maria Formosa, Castello 5225 041/5225995, chiuso la domenica.


Da Gigio
Pure Gigio esibisce la sua bella collezione di segnalazioni. Rispetto a Mascaron, Gigio è decisamente un ristorante: le tovaglie bianche sostituiscono la carta paglia appoggiata sui tavoli di legno, e tutto è più ordinato e sereno come conviene appunto a un ristorante. Il cibo però, in sostanza, e a parte qualche piatto più di terra, un tartufo o un agnello di qua o di là, è sostanzialmente simile, veneziano. Il lato più raffinato, da ristorante (notare il corsivo :-P), si osserva anche dalle singole preparzioni: laddove da mascaron le sarde in saor erano cucinate con la lisca e andavano quindi spugnate nel piatto, quelle di gigio ne sono pulite in precedenza. Entrambe però erano ottime. Per il resto, ottime le capesantine gratinate, i gamberettini su polenta bianca morbida e il baccalà mantecato fritto a polpetta dell’antipasto veneziano. Buona l’insalata di polpo anche se quasi rimpiangeva quel sapore di mare più schietto e ruvido del polpo di mascaron. Qui era, come nel resto, più gentile, per cui il polpo era perfettamente pulito, e cucinato insieme a dei peperoni e delle olive, un risultato quindi un filo smussato rispetto al piatto schietto della tradizione. Buoni infine gli spaghetti alla granseola e quelli mori (al nero di seppia) con tonno, pomodorini e taggiasche, e la frittura. Comunque sia, si mangi abbastanza bene, si beve con una certa cura, e si sta benissimo nella salettina che si affaccia sul piccolo canale e dove a tratti, anche a dicembre, spunta un raggio di sole. Circa 35 euro per un antipasto e un primo.
Vini da Gigio, Cannareggio 3628a 041/5285140



Da’a Marisa
Un posticcino da insiders questo. Marisa si trova sul fondamenta san Giobbe, quasi alla punta nord di Canareggio, e saranno si e no 45 metri quadri scarsi che contengono 32 coperti. Vale a dire che quando la saletta e piena, non esce né entra più nessuno. In realtà pare che da Marisa sono forti in una specie di variante veneziana della cucina del quinto quarto: è che a 100 metri da lì sta l’ex macelleria comunale diventata ormai una delle sede dell’università (incluso aula magna completa di ganci ai quali venivano appesi i maiali ecc). Fatto sta che da Marisa, essendoci stata la domenica a pranzo, io ho mangiato pesce, cosi come tutti gli altri veneziani che erano lì (era anche una delle poche occasioni in cui non ho sentito una parola straniera intorna a me), perché appunto la domenica a pranzo si mangia pesce e il menù è fisso. Sono arrivati a tavola quindi, spontaneamente, un po’ di antipasti fra cui l’immancabile baccalà mantecato (che però è stoccafisso), dei moscardini in umido serviti con una polenta calda, del branzino marinato all’aceto e delle cozze gratinate. Poi una lasagna di pesce e infine, nel vassoio di alluminio, l’opulente fritto di calamari, gamberi (una delle pochissime occasioni in cui ho trovato, nel fritto, dei gamberi che non fossero di provenienza esotica e surgelate) e sogliole. Per dessert, a ciascuno una ciotolina di mascarpone al rum e una montagnetta di baicoli, roba che anche se non l’hai mai mangiata prima ti riporta direttamente in infanzia. Cibo buono e decisamente onesto, atmosfera impagabile, per tutto il resto c’è la carta di credito e appunto qui non l’accettano :-) Il menu fisso costa 40 euro.
Trattoria da’a Marisa, Fondamenta San Giobe a Canaregio 652 041/720211, chiuso lunedì sera e mercoledì sera.

Biscotti veneziani?
Mi pare siano un po’ inflazionati i biscotti veneziani. Perché certo, c’erano i baicoli, i biscotti di burano, e poi le zalette ecc. Poi anche i kranz e gli strudel si potevano capire, filologicamente parlando. Però nelle tante tantissime pasticcerie veneziane, di cui gran parte si trova sugli itinerari turistici, sono apparsi anche una miriade varianti sul pan del pescatore, del doge, del moro, del redentore, alcuni in temibili versioni glassate verdi, e un po’ mi è venuto da chiedermi dov’è che stavamo andando dunque con tutta sta roba. Per fortuna poi ho trovato la pasticceria che fa per me. Intanto è una pasticceria vera, non un negozio di souvenir, sta abbastanza vicino alla stazione e si chiama Majer. Fa dei pan del doge favolosi, che sanno di burro e di mandorle, e poi dei cornetti che ricordano quelli parigini, croccanti e burrosi, e poi dei biscotti tipici che non hanno il sapore non sapore di quelli che spesso si trovano in giro, e infine una bella serie di torte serie, belle, e dei pani a lievitazione naturale. Insomma se ci passate, vi prego vi supplico, lasciate perdere gli altri e andateci ☺
Pasticceria Majer, Santa Croce 287/a 041/710385

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Categorie: fotografando, fresco, ristoranti & affini, travel
Scritto da Sigrid martedì 9 dicembre 2008




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