
Oggi, post ad alto contenuto grandefrattellistico. Beh, l’aspettavate da un po’, ed era un po’ che lo dovevo scrivere, solo che non ne avevo mai il tempo. Ma, una promessa è pur sempe una promessa e sopratutto, ho sufficientemente scocciato l’anno scorso con il periodo ‘no cucina’ per non negarvi uno scorcio dentro quella particolare stanza di casa mia che in effetti è più importante di tutte le altre… :-)
I disegni di questo post sono di Andrea Federici, il ‘mio’ personalissimo progettista scavolini, le foto sono mie (un po’ così così, la cucina finita mi piace da matti ma l’unico suo diffetto è che a luce naturale non è che sia messa bene, eh vabbe, la perfezione non è di questo mondo), il testo invece è stato scritto in gran parte verso dicembre dell’anno scorso, così sapete tutto …

episodio 1
in cui c’era quindi bisogno di una cucina
Beh, diciamo che questa è la tappa più facile: scegliere il modello. Prendo quindi il catalogo scavolini e sfoglio. Il mio sguardo si ferma sul modello crystal, in acciaio e vetro temperato. Sfoglio più avanti, torno indietro, guardo, medito, sfoglio ancora. E finisce sempre che torno sulla crystal. E il giorno dopo la stessa cosa. Insomma, dopo un po’ è abbastanza chiaro: è quella la mia cucina. Bene. Colore? euhm, beh, dunque, nero sarebbe chic ma forse un filo opprimente per un posto in cui passo cosi tanto tempo. Rosso sarebbe divertente ma forse… troppo rosso? arancio, lila e verde mela, carini ma poi mi stufo. Insomma, visto che ho fatto tanto per tenere bianca la casa, tanto per essere originale la cucina missà che la prendo bianca. Il ripiano, va da sé, in acciaio, non c’era neanche discussione possibile, acciaio come le cucine vere, acciaio perché freddo e pulito, acciaio perché si riga anche solo a guardarlo ma tant’è, qua non siamo in un show room, qua si vive e si lavoro e qualche graffietto beh ci sta (basta che non finisca come in una certa cucina di un ristorante di cui tacerò il nome, dove il ripiano non è più piano ma un susseguirci di depressioni, come se l’avesero preso infinite volte a botte, il ripiano… :-) Fine episodo uno: uh, quant’è stato facile! :-)

episodio 2
in cui vabbe si c’è la cucina ma come la si mette?
Tutto quello che sapevo io e che volevo tanto spazio per lavorarci e volevo tanti tanti pensili per non avere nulla o quasi, a vista. Solo che lo spazio non era esattamente convenzionale e sopratutto ma come cavolo si fa a immaginarsi una cucina in 3D quando non è il tuo mestiere?? Qui c’è voluto tutto il genio di Andrea: ha immaginato, disegnato e proposto e rivisto diverse soluzioni fra le quali alla fin fine ho scelto la mia, aggiustandola ancora un po’: una composizione a L in cui in lato corto sono due colonne, un lato lungo con lavelli e piano cottura e poi un genialissimo banco colazione, l’isola dei poveri se volete – comunque non avrei potuto distruggere mezzo pavimento per far spuntare acqua, gas e elettricità in mezzo alla cucina. In compenso però, e bastava e avanzava a consolarmi, c’è un ripiano di un metro su1m60, acciaio, con sotto 4 cassetti e due cestoni, spazio quanto basta per ospitare tutta quanta la roba per la pasticceria, dispensa, collezione di stampini e aggeggi vari compresi, un vero e proprio angolo pasticceria insomma. Sull’altro lato ci entrano due sgabelli (per la colazione apunto, lo dice il nome stesso: banco colazione :-) e via. Confesso che ho insistito molto per mettere il più gran numero possibile di cestoni e cassetti larghi – pare siano passati di moda, phouah! – e sono veramente la cosa più comoda al mondo, immaginate un po’, tutte le posate e mestoli e aggeggi vari e tutte le vostre innumerevoli spezie, ciascuno in un singolo cassetto che si trova sotto il piano cottura – stesso discorso per il cassetto verticale che ospita tutti gli oli e aceti ecc… :-)

episodio 2b
in cui si sceglievano gli elettrodomestici
Ve lo dico subito, a parte che sembravo una bimba alle prese col catalogo di un produttore di bambole, ci ho passato le notti insonne. Vabbe quasi. Fatto sta che non riuscivo a decidere se prendere un piano cottura di 4 o 5 fuochi, alla fine ha vinto il 5 (grazie a un ragionamento del tipo elementare-watson: se ne prendo 4 e mi accorgo dopo che me ne serviva un quinto poi il quinto me lo posso scorda’, se invece ne prendo 5 e ne uso solo 4 beh, non sarà un dramma. E col senno del poi, il bruciatore centrale a 6Kww è fantastico per il wok e per l’acqua della pasta, mai più senza… Poi, stesso dilemma sul forno, che alla fine ho preso in versione ‘a vapore’, accompagnato di un cassetto scaldavivande. Infine, Frigo no frost con congelatore sotto e lavastovoglie a due cassetti indipendenti, praticissimi per quando hai da lavare non moltissimissimo, risparmi acqua e c’è pure la funzione eco :-). Tutta sta roba ovviamente andava incassata nel resto della cucina (ed è per quello che l’abbiamo misurata infinite volte e che altri sono venuti a verificare le misurazioni mie ecc…). E quasi dimentico cappa architect con le sue meravigliose lucine magiche :-)
episodio tre
in cui mi sono giocata un joker
Con Andrea avevamo scelto di rivestire le simpatiche piastrelle di casa con del laminato tundra antiquato, made in ikea, rigorosamente da segare da sé. Insomma, se avete a disposizione un papa un po’ bricoleur in pensione allora siete proprio apposto: ci metterà fra due e tre giorni, trasformerà en passant almeno una stanza di casa in una vera e propria segheria (usando, per segare, i vostri nuovissimi cavaletti laccati bianchi, distruggendoli, ovviamente, pensare a ringraziarlo; per non dire della finissima segatura di laminata sparsa ovunque :-). Trovare una qualche cosa per rifinire l’ingresso e l’inizio del laminato vi costerà un viaggio al leroy merlin di fiumicino (e già che ci siete, un paio di caffè, un pranzo al mare e un paio di chili di pescetti freschi da riportare a casa), però in finis il risultato non viene affatto male. Però ecco, non dimenticare di preventivare la mano d’opera volontaria (capire: da sola, col cavolo che me lo mettevo sto pavimento). Lo stesso problema delle piastrelle sussiste per i muri, e si decide di rivestire le piastrelle beigastre di casa con del laminato grigio tortora. Ma questo è oggetto di un prossimo episodo.
episodio 4
in cui ci si chiedeva ma il grigio tortora di che colore è?
Altro grande problema esistenziale da affrontare erano le piastrelle, di un colore beigastro, vagamente marmorizzate, che ricoprono i muri della cucina fino a due metri di altezza. E che non mi piacevano proprio pe’ niente ma proprio pe’ niente. Detto questo, non era neanche il caso di levarle, poiché secondo il contratto di afitto la casa va restituito nello stato in cui la si trova e blablabla. La soluzione suggerita da Andrea era il panello di laminato. Anzi una decina di panelli, a rivestire tutta quanta la cucina. Colore? Grigio tortora, di cui mi manda un campione. Guardo il campione, e lo trovo molto scuro, come grigio. Lo dico ad Andrea, e lui risponde che non è mica tanto scuro. Ci ripenso e medito sul mio pezzo di laminato grigio. Solo che a me mi pare proprio grigio antracite, un grigio che sembra uscire dalle viscere della terra, che ricorda i minerali grezzi, la sporcizia delle miniere, affascinante e… francamente scuro. Quindi torno con il mio ’si ma è proprio tanto scuro’ e andiamo avanti cosi per più di un mese, a ping pong fra ma è scuro e ma no non è molto scuro… Un giorno che per l’ennesima volta discutiamo del colore di sto benedetto laminato mi viene un lampo di genio. Vado a prendere il campione di laminato, guardo il suo ormai familiare colore grigio scurissimo e… lo rigiro. Sul retro, cioè sul verso, c’è un grigio candido, che ricorda il mare del nord e le nebbie del belgio, un grigio che è quello di, beh si, le tortore. Anzi a dire il vero c’è pure l’etichettina che dice ‘grigio tortora’. Non ci credodi essere così stupida e rapporto l’accaduto ad Andrea che un altro po’ ci rimane per il crepapelle. In conclusione, dopo due mesi di discussione, resta quindi solo da far apporre il laminato colore grigio tortora…
episodio 5
in cui si va dal ferramenta e si fa da se
Tra una cosa e un’altra siamo arrivati metà dicembre. E un giorno, ricevo, ignara, la chiamata di un a me ignoto trasportatore che mi comunica che è appena andato a ritirare una cucina e vorrebbe sapere dove la deve lasciare. Casco dalle nuvole, quasi stupita che sia già quasi tutto finito, e subito dopo mi viene un mezzo infarto: la cucina non è pronta, manca, appunto, il famoso laminato sul quale tanto ho tergiversato. Il problema è presto risolto poiché più tardi, insieme alla visita preventiva, ricevo conferma dal signore-posatore-di-laminati che l’operazione è un lavoro luuuungo, e pignooooolo per non dire costoooooso (traduzione: è un lavoro che non avevano manco tanta voglia di fare). Al ché, avendo ormai la cucina alle porte, prendo una decisione eroica (di quelle incosciente, avete presente?): piuttosto che di rischiare un paio di settimane di ritardo causa laminato, piuttosto che di tenermi quelle piastrelle color cacchetta, me le dipingo io, di bianco, banzai! Pensando che in fondo potrebbe anche dare un bel contrasto, il rilievo delle piastrelle un po’ old fashion con gli armadi hitech (vabbe a noi intellettuali ce piace teoriza’, sissa). Detto fatto (beh, insomma), cancello ogni impegno e l’endomani mattina vado (i-ho i-ho) al ferramente, prendo un paio di litri di vernice bianca plastica, pennelli, acqua raggia, pensando che in fin dei conti meno male se ho fatto 6 anni di belle arti. Penso, sempre ignara e per di più ottimista, di sbrigare la faccenda in mezza giornata e mi metto all’opera. La verità è che dopo mezza giornata ho fatto solo la prima mano a metà della cucina, dopo due giorni la prima mano dell’intera cucina, e dopo quattro giorni ho finito. Nel mentre, a parte che profumo abbondantemente di acqua raggia, a parte che hodistrutto un paio di tennis, dei jeans, e che la sera mi devo lavar via la vernice persino dalla faccia, mi sono ferita a un dito causa legno grezzo del pennello, ho rinforzato la muscolatura delle cosce (fare su e giu lungo i muri tutto il pomeriggio è fondamentalmente come fare spinning), il braccio destro mi fa malissimo e mi sono pure preso il raffreddore a forza di stare tutto il giorno a dipingere con le finestre aperte. Leggermente esaurita ma felice, il risultato è al di là delle speranze (e sopratutto, da bianca la stanza sembra di colpo molto più grande di prima, booh?). E che portino pure la cucina, tié.

episodio 5
in cui arriva sua majesta la cucina
ovvero 30 scatoloni, portati dentro da tre facchini, che hanno anche abbondantemente bestemmiato quando si sono dovuti fare un piano di scale (meno male che non vivo al quarto piano) con il frigorifero. Un paio di giorni dopo i mobili sono li, al loro posto, mancano solo gli elettrodomestici, nel mentre mi aggiro pensierosa per una cucina non cucina, scarto scatole, compro accessori, sistemo un po’ tutto, e mi consolo sedendomi col portatile sul ripiano di acciaio, lo guardo brillare, stupita, e scrivo il post di com’è nata la mia cucina.
episodio 6
the end
Dopo due tre contrattempi alla fine c’è tutto, e nel mentre scopro la sindrome della cucina nuova: uno ci entra, anche di sera o di notte, si ferma a guardare e la trovo bella, straordinaria per novità e perfezione. Poi passa, cioè ti ci abitui :-)) Resta che dopo un paio di botte dolorosi (ci vogliono un po’ di giorni per capire le distanze, lo spazio, nel mentre ti urti un paio di volte la fronte agli spigoli dei pensili, prendi delle ante in faccia, quando non ti fai addirittura cadere il tagliere di polipropilene sul dito, sissi,sonopersino riuscita a fare quello), i miei spazi gli ho trovati, ho una marea di ripostigli in cui organizzarmi tutto ciò che mi serve, dalla dispensa al pentolame passando per qualsiasi altra tipologia di cosa che abbia a che vedere con la vita in cucina, insomma, entro fisicamente in sintonia con la mia cucina. E mi chiedo tutt’ora com mai abbia fatto a lavorare e passare tutto quel tempo senza un luogo così :-)





Accessori
Poco roba a dire il vero: il porta coltelli a calamita, un porta mestoli, un paio di scaffalini per le bottiglie, tutti ikea, una bilancina nuova che si appende al portomestoli (prticissimaaaaa). Eppoi,
cucina nuova vita nuova quindi via il legno e taglieri in polipropyleno bianco, coltelli global, kai shun e komachi, un paio di silcopat nuovi, un rinovo della collezione dei cul de poule, fruste & co ormai tutti in acciaio, idem per le padelle, de buyer e qualche pentolina agnelli (oltre alle barazzoni che sono fra le poche cose che, della cucina di prima, si sono salvate), e poi ancora lanciafiamme per le creme brulee, grattugge microplane, un paio di fogli di formine di silicone nuovi, cambiamento di tutti i barattoli delle spezie e fruttasecca & co, cambiamento anche della scuderia dei piatti & co: ormai i piatti sono tutti rigorosamente bianchi, i bicchieri sono tutti da osteria, rigorosamente duralex, pecco solamente sulle posate che sono alessi (tutto il resto della roba da tavola, cioè quella che non serve a cucinare e mangiare al quotidiano – eccioè per le foto – è stata trasferita sugli scaffali dello studio :-)

E questi?? che ci fanno li in mezzo?? Beh questa è un’altra storia, per un altro momento… :-)

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Categorie: umori
Scritto da Sigrid lunedì 30 marzo 2009




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