
Comunicazione di servizio:
votate cavoletto votate cavoletto votate cavoletto… :-)
(eh si, è arrivato un altra volta il momento dei bisannuali Macchianera awards e noio, anzi, voio, avremmo un titolo da difendere! :-) Per cui se dopo aver letto questo post vi rimangono 5 minuti di tempo… Insomma, cavoletto nominato nella categoria miglior blog food&wine, si vota fino a giovedì 1 ottobre, qui, Obrigado!! ;-)
Dicevamo quindi: Lisbona. Bella, davvero. Prima di partire non c’è stata una persona a chi abbia detto ‘vado a lisbona’ che non m’avesse risposto oooh, lisbonaaaa, che bellaaaa, vedrai, t’innamoreraaaiiiii…. Con tutto ciò quindi sto ancora aspettando di rientrare da un qualche viaggio per scriverne male, con il dente avvelenato e l’umore disincantato (voglio dire, possibile che ogni volta mi sento rapita e che i post da viaggio diventino sempre più lunghi?!). Ma tant’è, non stavolta, no, perché Lisbona è, è vero, un posto fantastico. Non so bene cosa sia, la sensazione del mediterraneo dietro l’angolo e dell’atlantico di fronte, il respiro del vero grand large, che stimola la curiosità e il senso di avventura, quella polvere d’acqua che avvolge, a tratti, l’orizzonte, la città in un bagliore lievemente dorato, quel senso di serietà degna un pocopoco melancolica (così dicono :-) della gente per strada…
E poi la città stessa, che mi è sembrata davvero grafica, per i disegni dei suoi azulejos, per le sue perspettive che si tufano nell’azzuro, le rotaie che tracciano dei morbidi solchi attraverso la città, come se tutta Lisbona fosse un perenne invito a giocare con le linee, i disegni, le composizioni. L’altra cosa che mi ha colpita è, in contemporaneo con un animo antico, una specie di secondo cuore pulsante moderno. Penso di aver visto poche città dove l’aspetto giovanile, creativo e contemporaneo fosse cosi presente e pregnante, però appunto, è un contemporaneo che coesiste con la lisbona tempi fa – anzi, c’è come un gap, un vuoto non colmato – e stranamente non si avverte nessun tipo di conflitto e squilibrio, sembra tutto armonioso. Vabbe, non è che mo dopo pochi giorni in una città e un paese dove non avevo mai messo piede in precedenza ve ne farò la monografia, l’unica cosa sensata che posso dirvi è che se l’occasione si presenta, andateci, a Lisbona, ecco… :-)

Iniziamo con due tre cose molto basiche che anche la peggior delle guide potrebbe dirvi: il centro di Lisbona è composto da quartieri istallati su 7 colline (come roma, solo che qui i colli sono più piccoli e più ripidi) che si girano tutto tranquillamente a piedi. Fra i più noti, Bairro alto, fitto di restorantini e bar dove bere qualcosa la sera oltre che di spacciatori che vi propongono esplicitamente la loro merce (marihuana? ché, se magna’??). Noi ci siamo capitati mentre, oltre al solito flusso già intenso di suo fra turisti e giovani lisboeti c’erano pure i battesimi dei neo-universitari, casino garantito :-) Chiado invece è, per quanto ne o visto, la zona più avanguardistica con un sacco di negozietti sfiziosi, L’Alfama infine è probabilmente fra i luoghi più caratteristici e popolari. Fra tutti, ci si muove a piedi o in tram, un sollievo :-) Ps: il mio quartiere preferito credo sia stata proprio l’Alfama (1), visitare anche il Castello in cima prego (3), e fermarsi alla bella miradoura da Santa Lucia (2). Di quartieri oviamente poi ce ne sono altri, diaciamo che questi, insieme alla Baixa che è il centro del centro, piatto, sono i primi che uno si va a vedere. Inoltre, lungo tutto il fiume, in sostanza dalla città fino a Belem (cioè: un bel pezzo) c’è gran quantità di vecchi docks che vengono pian pianino tutti riconvertiti in ristoranti e caffé,di un po’ tutti i tipi e livelli.

Sotto, era d’obbligo: i tram e le rotaie. E francamente da cartolina ma è vero, i tram nel loro saliscendi a volte un filo irruente sfiorano veramente le facciate delle case, e costituiscono in finis una specie di attrazione da parco giochi (specie la linea 28), da provare almeno una volta nella vita :-)



Mangiare vecchio stile
Lisbone come città che oscilla fra vecchio e nuovo, e si vede anche dalle proposte mangerecce: da un lato ci sono le tasca, osterie locali che propongono cose tipiche come baccalà, sardine grigliate e altri piatti senza pretese ma nutrienti del genere, dall’altra coi sono i locali un po più fighetti, hum, diciamo curati e contemporanei. Lato tasca, siamo stati, a casaccio, da A primavera nel bairro alto, per un bacalao a braz (5) – che sarebbe della polpa sfigrata di baccalà mescolata con patate grattuggiate e condite con delle uova, decisamente sostanzioso – e delle uova di merluzzo (i sacchi proprio, come quelli della bottarga ma freschi – fritte servite con una salsa densissima a base di pane (si chiama açorda, e oltre al pane dentro c’è anche un bel po’ di aglio, viene in genere servita con pesce, polpo o gamberi :-). In ogni caso, sempre interessante e utile frequentare le osterie locali per capire qualcosa dei sapori basillari di un luogo, di come la gente si incontra e mangia (questo per dire che fosse per me frequenterei anche solo quelle :-P) piesse: cerco ancora però l’osterietta quella che serve quasi solo ed esclusivamente la frittata con le erbe a cui era tanto affezionato, appunto, Pereira… :-))

Mangiare nuovo stile
Lato giovani invece c’è piaciuto il caffé royale (6), con i suoi interni lisboeti anno 2010 (vabbe quasi dai), e delle proposte internazionali fra le quali spiccano un paio di cose tutto sommato fedeli alla tradizione, come questo morbidissimo polpo con patate (ma dove l’ho già sentito sto piatto? :-). Altra piccola chicca: a margem (7) a Belem, lungo il Tago, fra il ponte Vasco de Gama (14) e la torre di Belem, una specie di cubo di vetro e acciaio, tutto bianco, aperto sul lungofiume, dove mangiare un sandwich o un’insalata di stampo internazionale, niente di particolarmente specialissimo ma starseneli di fronte all’acqua e respirare l’aria del largo non ha prezzo (per tutto il resto, invece, ecc…). Infine mi è piaciuto anche moltissimo un bar di cui non so nemmeno il nome (8), che s’incontra scendendo dal castello Sao Jorge verso la Baixa, una specie di terrazzona che sovrasta il centro, recuperata da non so cosa e allestita con fili di lampadine colorate, lampade ikea, poufs, tavolini e sdraiette. Perfetto per una birra o un mojito al calar del sole.
Breve nota anche su Cravo e Canelo (ci avete mandato voi :-P) sinceramente, a parte che spontaneamente non mi fiderei di un post oche si autodefinisce ‘food fusion restaurant’, il loro baccalà non ha, per me, molto senso: molto dissalato il baccalà, accompagnato di (tantissime) foglie di cavolo cappuccio stufate e dolciastre, cipolle caramellate (dolciastre), patatine lesse e, per coronare il tutto, una fettina di prosciutto che non avrebbe un granché da invidiare ai cuginetti celofanati del discount (ma non facevano uno splendido simil-pata negra in portogallo?? e perché non lo usano allora??), insomma, dolciastre pure lui. Delle volte che non fosse ancora tutto abbastanza dolce, ci hanno anche aggiunto, da qualche parte, un tocco di cannella. Personalisismo verdetto: decisamente squilibrato il piatto (anzi, pensato male, che è peggio) e stucchevole. Per il resto interni carini, servizio gentile, e atmosfera, nella serata in cui c”eravamo noi, da pub inglese (non ci sentivamo parlare). Insomma, per una volta non ho rimpianto di essere uscita senza macchina fotografica :-)

Belem & i suoi pasteis de nata
Intanto sappiate che Sandrine Giacobetti nel su recentissimo pezzone su Lisbona – pubblicato sull’ultimo Elle à Table – dice che i veri pasteis più buoni (nel senso che hanno pottenuto il premio del pasteis dell’anno 2009 :-) non si trovano qui bensì alla pasteleria Cristal, zona campo de Ourique. La pasteleria di Belem rimane però un luogo di peregrinaggio internazionale e già che ci siam passati scendendo alla fermata Belem, beh, siamo andati a vedere… Aspettatevi un vero luogo di peregrinaggio, cioè francamente qualcosa che ha a che vedere con Lourdes, o con Fatima per rimanere in tema: la struttura è gigantesca, il numero di pasteis sfornati al giorno nemmeno me lo voglio immaginare, le sale con tavolini non finiscono mai e a ogni istante decine di camerieri corrono in giro a sfamare tavolate a tavolate con montagne di pasteis che non finiscono mai. E spaventoso. Detto ciò, il pastel de nata va, ci dicono, servito a 50° precisi, insieme ai due contenitori di zucchero a velo e cannella, con i quali spolverare a piacere il dolcetto. Per poter paragonare con qualcosa, il giorno prima di andare a Belem abbiamo assaggiato i pasteis de nata di una piccola pasteleria dietro alla chiesa del Se patriarcal (10). E avevo gà notato che, contrariamente a ciò che se ne dice, il pasteis de nata non è affatto avvolto di pasta sfoglia. Piuttosto la pasta, che risulta scrocciarella e un pochino grassa, assomiglia molto alla sfoglia delle sfogliatelle, o alla fillo se volete – solo che è un po’ meno sottile e non così sbricciolosa – insomma trattasi di diversi strati di una pasta molto sottile, che lievitata non è. E di esemplari come questo, con un bel bordo spesso e ’sfogliato’, Lisbona sembrava piena. A Belem però (9) lo strato di pasta, sempre quella pasta di prima, che non è pasta sfoglia, non è affatto cosi spesso, ne il bordo è cosi presente, anzi, è praticamente inesistente. Sempre scrocchiarello è, ma molto più sottile. Il ripieno inoltre sembra anche molto meno giallo (ma sempre dolcisismo), il che quasi ci faceva pensare a una crema di riso, più che di uova… (tante domande che rimaranno senza risposta :-) In ogni caso, gia che siete a Belem, fatevi il giro lungo l’acqua fino alla torre e andate a vedere il chiostro del monasterio di Geronimos (11), che è stupendo… :-)


Shopping
Lisbona è piena di vecchie botteghe e piccoli negozio giovani e chiccosi, più che dire dove andare io voterei per un lento gironzolare spensierato e serendipitico. Da vedere in ogni caso la Conserveira di Lisboa, in rua dos Bacalhoeiros, per mille scatolette di pesce dall’aspetto delizioamente retro. Per le stesse, e molto molto altro, dai quadreni di una volta alle latte di olio d’oliva passando per libri di scuola, di ricette, saponi, cera per parquet e qualsiasi altra cosa di altri tempi, fare assolutissimamente un salto da a vida portoguesa, a Chiado. Un luogo che ho trovato veramente stupendissimo, dove si vendono, in sostanza, cose vecchio. Né usate né finto vintage, no, veri oggetti uguali a com’erano decenni fa, prodotti dalle aziende – sopravissute non si sa come – che le hanno sempre prodotte, o rimesse in produzione. Tutte cose che hanno segnato la vita dei portoghesi (avete presente no?, quei marchi e quelle confezioni rassicuranti con cui tutti sono cresciuti?), ecco, loro vendono questo. Prepararsi quindi a uno choc culturale, insomma è vero vintage nuovo ma anche un po’ archeologia produttiva, in ogni caso vien voglia di comprarsi tutto… Una delle più belle idee impreditoriali che abbia viste di recente! :-) (io ci ho preso anche il bellissimo barattolo di ceramica di flos salis, un fior di sale d’algarve dalla struttura un po’ differente dai soliti fior di sale francesi; e mi sono innamorata dei mugs secla, vintage stile nouveau, che sono due giorni che mi ci bevo il tè :-)
Altro posto da non perdere per nessun motivo è il mercado della ladra, il mercato delle pulci che si tiene di martedi e di sabato, intorno al monastero Sao Vicente de Fora, dalle 7 all’una. E un mercato delle pulci per cui c’è di tutto e di più, fra cui anche gli immancabili azulejos (delle volte che vi mancavano due piastrelle per finire il bagno :-), dischi di fado, piatti e bicchieri (ho trovato delle cose che manco v’immaginate :-))), libri e chi più ne ha ecc.


Cose dolci
Altro monumento, la Confeitaria nacional di piazza Figuera (15). Sinceramente non sono stata a esplorare meticolosamente le pasticcerie lisboete, mi sono ‘accontentata’ di fare la dissezione dei pasteis de nata, e di mangiare qualche bolo de arroz al mattino (17), trattasi di una specie di muffin cilindrico con la farina di riso, avvolto nella sua tipica cartina bianca e blu, ottimo, specie insieme al galao (caffelatte). In alternativa, sempre a colazione, provare il bolo rei (15), una specie di brioche molto ricca, decorata con canditi e che si mangia a fette (e che sarebbe in realtà tipica di natale, boh, non ci sono più stagioni signori miei). Per il resto l’offerta dolciaria sembra alquanto variegata e interessanye (anche se le pasticcerie più o meno scadenti che vendono 6 pasteis de nata a 5 euro 10 pervadono la Baixa e ispirono assai poco), e luoghi come la Confeiteria, o anche la Brasilena accanto a piazza Camoes, sono da visitare, anche o sopratutto per la loro l’atmosfera deliziosamente retro. Infine, in Portogallo si usano anche i churros (16), di varie dimensioni e configurazioni morfologiche. Questo esemplare mostro qui l’abbiamo assaggiato a Cabo Espichel, in una piccola festa popolare, asomigliava fra l’altro molto a certe ciambelline fritte calabresi ed era semplicemente delizioso, morbido, unto e cosparso anche lui di zucchero e cannella (da consumare rigorosamente in piedi e con una birra nell’altra mano :-)

Il mare & la caldeirada
Piccola gita fuori Lisbona lungo la costa in direzione sud, verso l’Algarve, e sosta non lontanissima da Setubal, in un ensenatura naturale dove i locali si rifociliano presso due trattorie istallate sull’orlo dell’acqua. Devo dire che il pesce in Portogallo è fantastico, già che mi piace un fracco il baccalà (e che si dice che qui ci sono 365 ricette per prepararlo), in realtà il pesce fresco è persino meglio: dal polpo morbido alle sardine grigliate con le interiora e tutto, passando per le vongole condite con aglio e coriandolo fresco (secondo me un popolo che usa comunemente il coriandolo al posto del prezzemolo è infinitamente avanti :-) per arrivare infine al cacciucco di qui: la caldeirada (18), una zuppa leggera con pomodoro, qualche spicchio di patata e tanti pezzettini di pesci che variano a piacere, nel nostro per esempio c’era congro, razza, coda di rospo e nasello. Un rito delizioso, da compiere esattamente come qui si andrebbe a farsi due spaghetti con le vongole in riva al mare :-) Il dolce invece è la torta di Azeitao (19), che è un paese dell’entroterra vicino a dove stavamo, non chiedermi com’era fatto, non ne ho la più pallida delle idee (una specie di rotolo con un pan di spagna sotilissimo e farsito di crema uova e cannella?? booooh???:-))



Il tramonto a Cabo Espichel
E una delle punto più occudentali dell’Europa, per arrivarci si attraversa una specie di landa semidesertica e poi, rivelazione, il vecchio monastero e uno strapiombo di un 50 metri buoni sull’atlantico, e la luce che viene ammorbidita dal vapore dell’acqua. Un luogo magico e per nulla turistico, ci siamo capitati in mezzo ai preparativi della fiera locale, fra vecchietti che vendevano mele e conchigliette, baracchine che spacciavano churros e birra bruna, bambini che giocavano a calcio fra le mura abbandonate del monastero e una band che stava allestendo un piccolo palco… Non aggiungo altro, qui l’ora dorata è davvero dorata, e luoghi così valgono, da soli, quasi l’intero viaggio :-)

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Categorie: travel
Scritto da Sigrid martedì 29 settembre 2009




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