
i l w e e k e n d
Dunque, la scorsa settimana, subito prima che scoppiasse il finimondo causa Libro del cavolo :-) ero in costiera amalfitana (chiedo umilmente scusa, me so’ distratta :-), da Don Alfonso, per un weekend un po’ sui generis, anzi, forse era addirittura una specie di prima mondiale… In sostanza è successo che la famiglia Iaccarino invitasse a Sant’Agata un piccolo gruppo di foodblogger venuti da tutto il mondo per dargli/ci l’occasione di un’immersione nel loro piccolo mondo. Un’operazione di comunicazione, certo, ma del tipo che vorremmo vederne di più, blanda e intelligente, senza indottrinamento né obblighi di nessun tipo, una piccola fiesta internazionale che è stata inanzitutto l’occasione per noi blogger/fotografi di conoscerci, scoprire un pezzetto di costiera me-ra-vi-gli-sooooo :-) E stato quindi una specie di G-7 di fissati di fotografia, internet e cibo, intimo e per molti aspetti rivelatore (tipo che discutendo abbiamo capito che dagli USA all’Italia passando per il Brasile o l’UK, c’è un gran bel status quo, tipo che tutti ci poniamo un po’ gli stessi problemi e le stesse domande, dall’importanza di fissarsi un codice etico al spesso delicato rapporto coi giornalisti e con le aziende, passando per gli eccessi che si osservano qua e là, ma magari qua non sarà il caso che vi annoio con tutto ciò :-). Vi passo le scene iniziali in cui tutti sono caduti ai piedi di tutti giurando che ‘OOoooh, it’s sOOoooo nice to meeeeet you, your work is sooooooo inspiring to meeee’ (evidentemente fra foodblogger questa formula equivale grossomodo a ‘ciao, piacere!’:-), rido rido ma è vero che alcuni dei presenti li leggevo da sempre e incontrare alcuni e ritrovare altri è stato decisamente una bella cosa. Eravamo quindi Matt, Adam, Keiko, Chika, Nicky & Oliver, Alessandra e Andrea più me stessa, e in tre giorni, oltre a divorare praticamente tutto il menu del Don Alfonso, abbiamo girato un po’ per ciò che è senz’altro, senza un’ombra di dubbio, uno dei luoghi più belli d’italia.

Cercare di mettere un po’ di ordine nelle (taaaaanteee, troooopppeeee) foto non è stato esattamente semplice :-) Inizio con un po’ di vedutine del ristorante (che come potete imaginare, ha fatto impazzire tutti con i suoi bianchi candidi e una cura del dettaglio pazzesco – poi abbiamo saputo che la maniaca di casa si chiama Livia, moglie di Alfonso e mamma di Ernesto: sembra assurdo da dire ma capitare per tre giorni con una macchina fotografica in dei luoghi – non solo il ristorante, anche la scuoletta di cucina, il giardino, le stanze del relais, dove tutto è stato meticolosamente pensato e curato è un mero invito a delinquere (capire: scattare qualsiasi cosa vi capiti sotto tiro, o quasi :-) Nell’insieme la cosa che più mi è piaciuta è che i design di tutto quanto il Don Alfonso, è inventivo, audace con dei colori – oltre al bianco ci sono dei rosa, dei lila, dei verdi mela, anche forti – dei dettagli barocchi, un’infinità di oggetti eppure l’insieme non risulta mai kitch, non è mai invadente o opprimente, e francamente questo già di per sé mi è parsa una gran cosa (che io per esempio sarei del tutto incapace a metere insieme :-). Poi ovviamente, oltre a scorazzare liberamente fra cucine, piscina e libreria, a giocare con i cani di caccia del neo-nonno Alfonso (i quali si porta regolarmente in aereo per andare a cacciare in Mongolia – anzi il risultato, al momento, è un pazzesco risotto di cacciagione, condito con un fondo bruno che manco vi sto a racconta’… :-) poi abbiamo fatto anche molto altro…


i l r i s t o r a n t e
Intanto una mezza nota sul ristorante Don Alfonso però la vorrei scrivere. Sissisi, lo so, questo non è un blog di critica ai ristoranti, guai ecc, daccordissimo. Però ecco, devo confessare che io stessa ero un filino prevenuta, nonostante avessi incontrato Ernesto e Alfonso Iaccarino in più di una occasione, diciamo in una mia vita, euhm, precedente (quella che ha a che vedre con certi crostacei rossi che camminano al’indietro :-). Semplicemente non li conoscevo, cioè non conoscevo la loro cucina, e per quanto sia splendida quella copertina del loro libro stampato da Bibliotheca culinaria, forse un pochino induce anche in errore. Insomma quello di cui mi sono accorta in questi giorni è che il Don Alfonso non è quel ristorante che pensavo, che in qualche modo si limita a giocare formalmente sui sapori tradizionali campani. Anzi. La verità è che in questi giorni ho assaggiato certi piatti davvero stimolanti, inventivi, che non mi aspettavo assolutamente. Tanto per dirne due, i calamaretti affumicati ripieni di ricotta con il coulis di peperone giallo, piuttosto che l’anatra con cacao, arancia, banane e riduzione di aleatico (e io sono una che detesta le banane, qui l’abbinamento, lieve e equilibrato, sfiorava addirittura il sublime), e non dico dell’uovo poché con fonduta di mozzarella e tartufo bianco, o del piccolo couscous al polpo che viaggiava elegantemente fra campanie e marocco… Insomma, certo, i piatti richiamano, com’è giusto che sia, il territorio (il ‘vesuvio’ per esempio, è stato il nostro primissimo pranzo ed è una speciedi quintessenza di pasta al forno, probabilmente buonissimo per gli stranieri ma addirittura commovente per chi vive in Italia), ma che spesso e volentieri vanno ben oltre e che sono tutt’altro che stanchi. Insomma, confesso, ogni tanto certe smentite a se stessi fanno proprio solo del bene :-)



l a p i z z a
Beh ho detto che abbiamo fatto anche dell’altro, non ho detto che quell’altro non avesse a che vedere con ‘mangiare’ :-) Siccome nel giardino del relais si trova un forno a legna (tutti ricoperto di maioliche, aaarghhh :-) abbiamo fatto anche, fra una goccia di pioggia e l’altra, un pranzo a base di pizza, l’impasto arrivava dal ristorante ed è a base di farina integrale e lievito madre, mentre le manine sono di Matteo, mastro pizzaiolo in costiera da più di 40anni. Di nuovo, mettete 8 foodblogger di fronte a uno spettacolo del genere, e immaginate un po’ cosa succede :-) (vi risparmio le fotine di 5 obiettivi puntati contemporaneamente sullo stesso oggetto mangereccio, ce ne sono troppe, risulterebbero noiose :-))


l a l e z i o n e d i c u c i n a
Anche la lezione di cucina ci è scappata (tutti rigorosamente con la giacca bianca e la macchina foto in mano, lol), a seguire Ernesto che ci spiegava la realizzazione di alcuni piatti del menu. Fra questi qui mi attardo solo su questi spaghetti di Gragnano con ostriche, erba cipollina e tartufo, una specie di versione milliardaria dello spaghetto con le vongole, lol, e che francamente mi verrebba da incoronare qui e adesso come la pasta del 2009. Certo, si potrebbe anche argomentare che basta grattarci del tartufo per rendere sublime qualsiasi cosa, suole di scarpe comprese, può esse’, però qui la semplicità della ricetta (ridurre l’acqua delle ostriche con un filo d’olio e usarlo per condire la pasta, aggiungere due ostriche che si rapprenderanno al calore della pasta e una spolveratina di erba cipollina fresca, più una grattata di sapete cosa) e la sua esecuzione (possiamo dire ‘perfetta’?) ha del geniale :-) E oltretutto questo l’ho davvero vissuto come un piatto che basta a se stesso, che è di una completezza unica (tipo che potrei mangiare, forse, soloquesto per tuttala vita – hum, sarà mica perché dentro ci sono 4 cose che stanno nel top 5 degli ingredienti che preferisco in assoluto?? :-) Come poi è successo in molte altre occasioni, c’è stata una piccola ressa di foto-fissati sul grattuggia-tartufi, non per condire ulteriormente i propri spaghetti bensi per fotografarlo (no comment :-). Tutto sommato però in queste occasioni siamo stati davvero molto ordinati, ciascuno aveva uno o due minuti di tempo par fare le foto che voleva poi era al prossimo (si, lo so, visto da fuori saremo sembrati un branco di idioti, però per noi era divertente assai :-). Corollare di tutto ciò: scommetto che le stesse cose viste diversamente le vedrete presto anche altrove in rete :-)



l a c u c i n a
Potevate immaginarvela da soli, anche la cucina del ristorante, con finestrona sulla sala, è curatissima e molto bella, e sopratutto è abitata da una brigata giovanilissima, in cui come sempre in questi luoghi, si mescolano un po’ tutte le origini e provenienze. A dire il vero era un po’ che non gironzolavo per una cucina da formula1 e cosi mi sono fatta prendere un pochino la mano :-)) (sopra. il basilico di don alfonso (bestiaaaaleeeee :), anzi, a proposito di ingredienti – perché il vero cuore della questione sta tutto qui – più giù vi spiego meglio :-)


v a n nu l o
Il più meglio caseificio del paese (no?) sito nella piana del sele. C’ero già stata un paio di anni fa e ci sono tornnata con piacere (anche per osservare che per quanto l’azienda fosse già bellissima allora, hanno continuato a investire e crescere, una fra tante novità per esempio è la mungitura volontaria – okay, c’è il trucco, nel senso che dietro lo spazio mungitura c’è lo spazio in cui si mangia resta che queste bufale che giocano con i spazzoloni, riposano sui tappettini di gomma, e vanno a farsi mungere da sole quando ne rissentono il bisogno, beh, sono sempre le bufale più belle del reame :-). Abbiamo anche pranzato da Vanullo e anche qui si è presentata una scena molto simile a quella del tartufo (sempre che non vogliamo considerare che sembravamo comunque, a ogni istante, un branco di turisti giapponesi en goguette :-)), insomma, metto una ricotta fresca e un tavolo di legno massiccio che casualmente stava li e ottieni, di nuovo, una mini seduta di still photography, stavolta addirittura con lo stilista che è stato chiamato in causa per tagliar via uno spicchio di ricotta (okay, sarò ripetitiva: sembravamo scemi ma … ‘voglio vivere cosìiii’… :-)))


p u n t a c a m p a n e l l a
Credo sia il luogo che in assoluta va il più vicino alla mia idea (e non solo mia missà :-) del paradiso terrestre. Punta Campanella sta esattamente di fronte a Capri, e, contrariamente a ciò che uno per minimo si sarebbe aspettato, non è stata colonizzata da una schiera di alberghi abusivi. No. A punta Campanelle c’è un assoluto e religioso e stupendo n-i-en-te. Oddio, proprio niente niente niente no: è un sussegguirsi di terrazze in un giochino a strappare l’ultimo pezzettino di terra prima del diroccamente sul mare pur di piantarci l’ultimo alberello di ulivo, c’è la limonaia con 300 e passa alberi di agrumi, ci sono le galline, le melanzane, i pomodori, i cespugli di capperi, ulivi circondati da carciofi, le sorbe appese a maturare, i gattini che dormono al sole accanto alle zucche appena raccolte, c’èl’uva e c’è il vitellino goloso di uva e via dicendo. Punta Campanella è semplicemente l’orto di Don Alfonso, solo che è mooooolto più grande di qualsiasi altro orto che io abbia mai visto, ed è di un curato da non crederci. Ed è anche qui il vero cuore del ristorante di famiglia, poiché gli ingredienti che vengono cucinati di là vengono tutti di qui. Un impresina mica da poco, che fa una differenza altrettanto poco da poco :-). E del resto non c’è proprio da stupirsi, poi, che siano più tanto buone le salsa al pomodoro e le verdure ela frutta che uno si ritrova nel piatto al ristorante: se fossi un pomodorino, no c’è proprio dubbio che a vivere in quel stupendo contesto, con quella vista demenziale e quel soffio continuo dal mare, sarei più buona anch’io :-)) Tutto il resto è quasi inutile dirlo: basta essere stato qui un fine pomeriggio verso il tramonto, nel silenzo assoluto, guardando i faraglioni su sfondo rosato, basta aver atteso il rientro dei cani imbucati chissà dove al seguito di una lepre o di una becaccia, basta fare quei 10 minuti di strada fra l’orto e il ristorante in furgoncino con Alfonso al volante e i cani senza fiato sdraiati dietro, per avere la precisa sensazione di lasciare un pezzettino di cuore da queste parti :-))



| Tweet |
Categorie: travel
Scritto da Sigrid lunedì 2 novembre 2009




Pingback: Food writer: brevi osservazioni sull’evoluzione del mestiere « a piè di pagina
Pingback: L’anno del Cavolo [Retrospettiva 2009] | il cavoletto di bruxelles