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The oyakodon story

lunedì 15 febbraio 2010

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Quella mattina, mentre sta molto tranquillament prendendo il suo secondo (o era il terzo?) caffè, lanciate delle occhiate insistenti al vostro compagno di viaggio (aoooo, è quasi mezzogiornooooo, essuuuuu!!) e quando finalmente, tutto infagottati causa ‘fa freddo’, riuscite a spingerlo fuori dalla porta, vi coglie un momento di sconforto: viene giù un pioggerella fine fine, dannazione. Andare o non andare, that’s the question. Il compagno di viaggio vi lancia uno sguardo significando mille parole (mille no, undici per l’esattezza: te-l’avevo-detto-che-le-previsioni-meteo-davano-pioggia-oggi!), e voi per tutta risposta iniziato un piccolo sprint, giusto per scaldarvi pedalando. In quei 30 secondi spunta, miracolosamente da nonsissaddove, il sole e naturalmente vi girate per un sorriso piuttosto univoco: Tié! :-)

Andate a beccare via Omiya (il bello della pianta geometrica di kyoto è che le vie traversano la città da una parte all’altra, senza neanche cambiare nome), poi puntate dritto a nord, attraversando un paio di blocchi di casette residenziali (anzi, fuori dalle grandi arterie, tutta Kyoto o quasi è un borghetto residenziale fatto di casette di legno con uno o due piani, stradine strette e facciate di legno). Guardate intrigati le bottiglie di plastica piene d’acqua allineate davanti alle case (ma qualcuno ha capito cosa servono? che fossero acqua piovana per le piante?), guardate molto sorpreso una fiatpunto blu islanda, la stessa della vostra (è la prima volta nel giro di 3 settimane che vedete un’automobile che non sia Toyota o Daihatsu), e via dicendo di piccoli dettagli più o meno strambi. Alla fin fine, poco dopo esservi fermati davanti a un negozio di lampadine (è saltata quella della cucina, il ché di per sé non sarebbe nulla, se le lampadine giapponesi non fossero degli aggeggi grandi quando una padella da ristorante avvittati al soffito in un modo che sfida le leggi gravitazionali…), trovate il tempio dei vostri desideri (Myoren-ji) e l’annesso mercato: ci sono esattamente 5 bancarelline, persino meno avventori, e un parcheggiatore istallato in mezzo alla strada su una sedia che ammorbisce un cuscino in crochet. Visibilmente, quell’uomo si annoia. Fate un giro fra le bancarelle, comprate una sciarpetta di lana fatta a mano da una graziosa signora che parla addirittura 3 parole di inglese, date uno sguardo alle piantine in vendita (ma se mi presento alla dogana con un ciliegio bonzai mi dicono qualcosa?) poi ripartite, non proprio estasiati dal’esperienza, ma ci sta, e poi almeno avete esplorato un pezzettino nuovo della città (e trovato uno dei pochi spacciatori di lampadine, il ché tutto sommato non è mica da trascurare). A questo punto vi torna in mente un post di Kyotofoodie, letto la mattina stessa, appuntato mentalmente nalla casella eventuali piano B, beh, ecco… Tornate in Imadegawa-dori, poi girate verso nord in Chieko-in-dori. Nel mentre schiaffate abusivamente le vostre biciclette nel parcheggio di un negozio (la cosa divertente del giappone è che il senso civico è contagioso e che tremate all’idea di lasciare la bici laddove magari non può stare), poi a piedi prendete la prima a sinistra. Dopo 50m, sulla sinistra, trovate il locale (che si chiama Toriiwaro ma questo ovviamente non siete in grado di dedurlo dalla scritte fuori :-).

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Superate la tendina, vi affacciate nell’ingresso e dopo esattamente 5 secondi si presenta una gentile signora giapponese che, noncurante del fatto che voio non avete facce asiatiche – e che di conseguenza la probabilità che mastichiate di giapponese si riduca in modo vertiginoso – vi anela 3/4 frasi incomprensibili di seguito. Grazie a Buddha misericordioso riuscite al volo ad afferrare l’ultima sua parola: oyakodon. Vi imprestate di dirle hai hai! e nel mentre il vostro consorte vi guarda come se avesse appena visionato l’ultima scena dell’esorcista. Riassumete velocemente la situazione babelica dicendo che qui all’ora di pranzo fanno un solo piato, l’oyakodon, e che probabilmente è questo che la signora, con le parole sue, stava cercando di dirvi (mera illazione, questa, ovviamente). Intanto vi slacciate le scarpe e, sui calzini, seguite la signora che a piccoli passi vi guida lungo un grazioso giardinetto interno, poi su per le scale. Infine vi trovate in una saletta con tavolini bassi, tatami e cuscini, e una parete di carta di riso che dà sul giardinetto di prima. Tre salarymen stano faccendo zuruzuru con applicazione, aspirando del brodo da ciotoline bianche. Vi sedete e il consorte, giustamente, chiede chiarimenti. Spiegate che l’oyakodon è un po’ come il gyudon, ma con pollo e uova al posto del manzo. Prendete atto del suo sguardo perplesso (Euhm, scusa eh, ma tu non leggi il mio blooog??) e proseguite spiegando, sempre grazie alla scienza infusa che ha per indirizzo vuvuvupuntokyotofoodiepuntocom, che in questo posto cucinano qualcosa come 30 polli al giorno, che servono a fare il brodo per il mizudake nabe (ovvero un nabe ma con brodo di pollo, se non sapete cos’è un nabe leggete qui), il piatto unico, fisso, servito all’ora di cena. Gli avanzi di questa lavorazione del pollame, cioè dei pezzetti di pollo e un po’ del magnifico brodo, finiscono nel pranzo, fisso pure lui, servito per la modicissima somma di 800 yen (6,55 euro!!?), permanenza nella bella machiya antica in bonus. Quando il vostro interlocutore conclude saggiamente dicendo Aaaaah ecco, è per questo che c’è questa puzza di pollo??!, considerate la pacifica stampa rappresentando un ramo di fiori di ciliegia esposta accanto al vostro tavolo e inghiottite una velenosa puntualizzazione sul brodo di pollo che, come lo dice il nome stesso è meglio che sia di pollo. Per fortuna in quel preciso momento torna la signora con un vassoio colmo di ciotoline…

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Arrivano la teiera, le tazzine, delle ciotoline di brodo (di pollo, ndr), qualche fettina di tsukemono e le ciotoline di riso, pollo e uova. Tutto ciò senza aver ordinato nulla: decidete che il menu fisso, dal punto di vista dello straniero afasico, è davvero una gran bella cosa :-) Sbirciate curiosi sotto il coperchietto e scoprite una massa gialla rappresa intorno a mini bocconcini di pollo, e in mezzo un piccolo tuorlo crudo (sarà di quaglia?) da bucare con i bastoncini e da amalgamare al resto. Iniziate entrambi a scavare in questo lussurioso pozzo di riso condito, più morbido che grasso, e dal delicato profumo di… pollo (ma questo l’avevamo già detto :-). In quanto a nutrimento a compensare la biciclettata al freddo è decisamente ottimo, e quando asaggiate la dosa di brodo da bere, vi viene quasi da fare zuruzuru pure voi, poiché le parole per dire all’oste quanto tutto ciò sia di una bontà sconfinata non ce l’avete :-) Come sempre i pranzi giapponesi questo finisce troppo presto (non che siate rimasti con la fame, anzi, solo che continuate a non spiegarvi com’è che il tempo medio di un pranzo a Roma sia di 1h30 mentre in Giappone state sui 25 minuti scarsi, riallacciamento delle scarpe compreso :-), e come sempre vi pare tutto fisiologicamente perfetto: vi siete nutriti, riscaldati, e per nulla appesantiti. Miracoli nipponici :-)

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Siccome poi siete innegabilmente occidentali inside ( e outside too), e con l’eterna scusa del già che siam qui, fate un salto a vedere Le petite Mec, una delle più osannateboulangerie francesi di Kyoto (pare che il miglior pane venga da qui, anzi, c’è chi dice che qui facciano l’unico pane di kyoto, e capisco perché… :-), a prendere il, euh, beh, caffè (nessuno è perfetto :-). La boulangerie si trova quasi dietro l’angolo, tornando su Imadegawa-dori, ed è un perfetto esempio di stile francese rivisitato alla nipponica, oltre a un interessante oggetto di studio in termini gastro-antropo-evolutivo (il che fa pur sempre più chic di dire che avevate semplicemente voglia di un caffé con un biscottino – e possibilmente non al tè verde, il biscottino :-).

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Chiaramente, in Francia una boulangerie di questo tipo non s’è proprio mai vista: certo, vi trovate una parte di ciò che produce, normalmente, una boulangerie (dai croissants alle baguette passando per dei piccoli pani con noci & co), solo che tutto risponde alla stessa immutabile regola giapponese (è tutto due volte più piccolo e più leggero e più costoso della versione originale Made in France). E poi, alla faccia di una certa sciatteria francese (e occidentale – sappiate che in confronto dei giapponesi noi, tutti quanti, siamo di uno sbracato inverosimile :-), è tutto presentato in un modo decisamente più prezioso (ricordatevi gli imballi di s.valentino…). Poi c’è la parte con tavolini munite di tovaglie vichy (sembra quasi una contaminazione italica :) dove le signorine si istallano con la loro microporzioncina di tarte e il loro caffé (illy…?), a sfogliare Elle Deco mentre la radio diffonde il confortante sussurio di una voce in onda su Radio France Internationale che senz’altro nessuno capisce :-) Detto ciò, lo ammetto, il croissant portato via non era poi male, certo, non era proprio esattamente identico spiacciacato allo stesso acquistato in patria sua, ma rispetto alla media ‘boulangerie’ nipponica che ha tutta quanta l’invariabile, forte e decisamente insopportabile ‘profumo’ di margarina nipponica (ma cosa ci sarà li dentro?? un blend di olio di palma e di cocco?), qui almeno si inizia a ragionare :-). E con questa siete apposto per il resto della giornata, e potete riprendere i vostri destrieri di gomma e aluminio e perdervi un po’ nei vicoli circostanti prima di tornare direzione casa :-)

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Categorie: cavoletto in japan, travel
Scritto da Sigrid lunedì 15 febbraio 2010

49 Commenti a “The oyakodon story”

Semplicemente meraviglioso…grazie per il viaggio mattutino ;)

un bellissimo post per iniziare la giornata!

3 piera ha scritto:
15 febbraio 2010 alle 8:22

splendido

Ma che belle foto! Mi stai facendo venir voglia di andare in vacanza da quelle parti e poi che prelibatezze…

Ciao Sigrid:o)

ps. annuncio technico: non s’è capito perché ma qua stamattina sta tutto storto, ho già chiamato l’idraulico il technico, aspetto intervento (insomma, no, non si tratta di un nuovo e avanguardistico lay-out :-)

6 Ily ha scritto:
15 febbraio 2010 alle 8:24

che dire come al solito bellissimo il racconto e belle le foto!!
finalmente…….il ciliegio!
mi sembra di leggere un bel libro, al prossimo capitolo

7 letizia ha scritto:
15 febbraio 2010 alle 8:25

Sempre senza parole……. GRAZIE per queste emozioni mattutine . Buona giornata che sia piena di sole e di emozioni un bacione da Firenze

8 Ily ha scritto:
15 febbraio 2010 alle 8:27

meno male avevo paura fosse il mio computer ad andare di traverso!

9 Fatou ha scritto:
15 febbraio 2010 alle 8:27

que bello post, grazie sigrid! (et la vraie catherine deneuve;-)

anche io voglio sentire la nostalgia dei croissant!!!!

Bellissima la teiera!

a presto!!!!!!!!!!!!!!!!

Leggere l’ultimo onrico romanzo di Banana Yoshmoto per poi visitare il blog di un’inviata speciale in quelle stesse atmosfere non ha prezzo…;)

ed eccole le gemme, avvistate anche qui felcie ieri…giappone, e altrove il tempo ci unisce! :)
ciao fin là..
nina

13 Marmellata ha scritto:
15 febbraio 2010 alle 9:16

E’ proprio vero, la delicatezza ci sorprende, ma come sarebbe bello se tutti ne usassimo un po’ di più.
Già qui in Francia la cortesia è di casa, come ormai non più da tanto tempo in Italia :(
Bellissimi post Sigrid, fanno sognare! A presto

14 Alessandra ha scritto:
15 febbraio 2010 alle 9:30

Bè, le foto sono bellissime, ma il piatto d’aspetto non è proprio eccezzzionale! Però mi sembra vi sia piaciuto molto, quindi..mi fido!:-)
..da quelle stanze con tavolini, cuscini e pareti di carta di riso sembra proprio di veder spuntare da un momento all’altro Mila Azuki, o Mimì, o Yu!!

15 Sabry ha scritto:
15 febbraio 2010 alle 9:32

… ma che belle sensazioni producono queste immagini…sà già tutto di primavera…e che leccornie … Thanks Sigrid per questi toi reportage!!!

ormai al mattino appena accendo il PC non vedo l’ora di potermi gustare il resoconto della tua giornata nipponica e godere delle bellissime immagini davvero molto evocative. Al prossimo post ;-) elenuccia

17 lapiccolanene ha scritto:
15 febbraio 2010 alle 10:16

Ciao Sigrid, che bello i tupi post nipponici.. sono sempre un ottimo modo per iniziare la giornata.. ma come diamine fai a chiamare un tecnico che presumibilmente parlerà solo giapponese? :)

In bocca al lupo

Ciao Sigrid, tra un mesetto: sakura.
Una meraviglia.

Che delizia questa storia :) e posti carinissimi

Ciao Sigrid!Volevo davvero ringraziarti per questa finestra aperta su un posto per me così sconosciuto e lontano…ho un amico che vive a Tokyo da qualche anno e già i suoi racconti mi affascinano sempre. Ma scoprire la realtà più intima e quotidiana di un’altra città giapponese attraverso un interprete attenta e sensibile è molto interessante…Quindi grazie :)

Bellissime foto, e che esperienze magiche!

22 Globetrotter ha scritto:
15 febbraio 2010 alle 11:04

Sigrid, mi sono scompisciata dalle risate per la tua descrizione. E le foto sono bellissime.
Sei eccezionale, come sempre. A proposito delle bottiglie d’acqua appese o a terra che mettono i giapponesi, avevo letto varie storie e non so quale sia quella vera (forse tutte???):
1) è un’usanza nata per dare da bere ai viandanti nei mesi estivi quando si schianta di caldo (a dirla tutta lo scorso giugno, dopo aver rischiato la disidratazione perché non trovavo una macchinetta distributrice, la voglia di staccarne una dalle pagliarelle mi era venuta…)
2) per spaventare i gatti con il riflesso del sole sul pvc in modo che non vadano a fare i loro bisogni vicino a quella casa (mah… e comunque a quanto pare non funziona… http://search.japantimes.co.jp/cgi-bin/ek20050519wh.html)
3) Quando sono appese, per far da ‘tirante’ e far cadere a piombo la pagliarella, ….e non fare entrare i gatti in casa (questa l’ho aggiunta io, eh eh eh…)

23 Vivi ha scritto:
15 febbraio 2010 alle 11:08

…che bello…questo post…
Cmq le bottiglie d’acqua…allineate…davanti alle case…dalle mie parti servono, pare, a tenere lontani i gatti desiderosi di fare pipì… Sarà un metodo efficace? Boh… ;-)

24 Twinsmama ha scritto:
15 febbraio 2010 alle 11:10

Ciao japancavoletta, che bello girare con te per Kyoto ogni mattina! Ma cos’è ’sto zuruzuru (che non riesco ad aprire la pagina…)???

25 Globetrotter ha scritto:
15 febbraio 2010 alle 11:17

Per avere un’idea di cosa stavo parlando http://www.flickr.com/photos/21697920@N07/4359098186/

che bel racconto! che voglia di viaggio…..e di giappone!!!
bene, dopo questo viaggetto virtuale torno a lavorare :-(

Stupendo questo racconto, le foto sono magiche di poesia e che appetito mi é venuto a sentire di quel riso al pollo!!grazie per questo tuffo nel giappone, sono sincera, non mi ha mai ispirato molto come paese, ma ora a leggere i tuoi reportages mi sta venendo più curiosità!

E’ vero, il tecnico parla anche altre lingue?

Senza ricette tue, OK, ma per ora, e secondo me, il tuo miglior post dal Giappone.
(ma una percentualuccia dal ministero del turismo giapponese? LOL)

che bella domenica…!!

31 Lidia ha scritto:
15 febbraio 2010 alle 11:46

Questo racconto e le foto hanno la grazia degli ikebana. Brava davvero!

Comunque non credo sia questione di lingua per questo piatto. Io tutte le volte che sono in Giappone e che vado a mangiare l’oyakodon, veramente rinfrancante, il ristorante che lo serve fa solo ed unicamente quel piatto … e si che ne ho passati tre o quattro di ristoranti. Quindi le cose son due o l’ oyakodon è un piatto unico votato alla standardizzazione o è sfiga.

E alla fine ovviamente avrai guardato il compagno con aria superiore dicendo: “hai visto che ne valeva la pena? Fosse per te non si farebbe mai niente!” Io lo faccio sempre ;)! Buona settimana!

34 serena ha scritto:
15 febbraio 2010 alle 12:22

Che belle le tue digressioni nipponiche…mi sto tenendo tutto a mente visto che a novembre ho in programma di andare a Kyoto.
PS. Sabato ho preso il tu “libro del cavolo”!…e mi è subito venuta voglia di fare la torta al maccha…speriamo bene! ;)

magiche foto e racconto!

Ma la fougasse a forma di foglia è bellissima, posso far vedere la tua foto al mio boulanger di fiducia?

ohhhhh…

Sigrid, le tue foto sono stupende!!!
Ciao

Semplicemente meraviglioso :)))

40 fiorentina ha scritto:
15 febbraio 2010 alle 17:51

Ciao Sigrid! Sei sempre più entusiasta? Concordo comunque con CorradoT (29° post), insieme a quello della ragazza dal kimono rosa, uno dei primi. Baci Cecilia
P.S. Ma Giu che fine ha fatto? Non sarà per caso lì con te?

41 Kinà ha scritto:
15 febbraio 2010 alle 18:48

Sigrid, non finirò mai di apprezzare le tue stupende foto e il tuo inimitabile stile nel raccontare cibi, sapori, sensazioni e colori di altri luoghi, anche così lontani da qui…buona permanenza!!
Francesca-Kinà

42 Cristallina ha scritto:
15 febbraio 2010 alle 18:52

Ma il maritozzo si rende conto di che guida culinaria (e non) ha per le mani?! adesso si capisce perchè ti ha portata con sè! ;-P

43 CAIA ha scritto:
15 febbraio 2010 alle 19:39

io mi sto per preparare oyakodon per cena :)

Mi sono persa nell’atmosfera e nel racconto, mi è venuta fame (con tutto quel fumo ;-))…
E la cosa più divertente è il nome della boulangerie nonché il livre d’or. Non si è spaesati :-)

your stories, your photos- it is all always so lyrical, dear Sigrid. x shayma

ooh the oyako-don place looks really nice!! although i’m not really an oyakodon person (trust me i AM japanese! ;)) this one here looks rather delicious, not to mention that the place itself seems like a little cozy one.

and i’m glad you’ve found le petit mec – that certainly is one good bakery in kyoto…do check out the other one (”kuro-mec”), too. (and i’ve only recently learned that they now have an outlet in tokyo -yay! just went there a few weeks ago and i wasn’t disappointed.) not that i’m a real bread connoisseur, but i have a small list of few good-looking bakeries in kyoto, so let me know if you are interested.

oh as for the plastic bottles: they were meant to scare stray cats off as someone has already pointed out. it was huge some time ago – you literally saw those water-filled bottles in front of every house. soon people realized that it’s not as effective as they had once believed, but you still see the bottles here and there.

@chika: yesssss, gimmi the adresses!! (ps. and I’ll definitely will head over to kuro-mec too, one of these days! :-) ps. okay, so you don’t like oyakodon neither (you’re really sure about this being japanese of yours, are you?? :-D) Thanks also for the plastic-bottle-explanation (actually someone said the same thing before), but what really makes me think now is that I haven’t seen any cats around since I arrived (okay, maybe they just moved to places with no bottles in front of the houses :-)

@mammaamsterdam: ci dovrebbe essere anche la ricetta delle fougasses in archivio, nel caso dovesse servirti :)

@michael: well, thanks to you for making me discouver this great place :-) oh, as for the co-post, I’d love to, we can go on oyakodon tour whenever you want!! :-)

@fiorentina: euhm, credo che Giu sia… in ungheria… a meno che, mo’ che lo dici, in effetti ieri sotto casa ho intravvisto uno strano signore con degli occhiali da sole (piove) e un grande impermeabile nero, hmmm… :-)))

@serena: facci sapere com’è venuto poi il matcha cake! :-)

@iana: mannnooooo, io non sono cosiiii cattivaaaaa (humhum… ;-))

@loste: possibile, anche perché tanto speso è cosi, insomma spesso le tratoriette propongono un tipo di piatto, con eventuali varianti. Magari l’oyakodon è semplicemente un’arte tutto a sé, boh? (okay, magari dipende solo ed esclusivamente dal fatto che i gestori abbiano degli avanzi di pollame da smaltire, può esse :-))

@enrico: il technico è italiano! (magia della rete :-))

@twinsmama: zuruzuru è la parola (onomatopaica direi) che rende il fatto di aspirare rumorosamente spaghetti, zuppa, brodo ecc, come fanno appunto qui (anzi, è educato farlo, è un modo per far capire che si apprezza molto ciò che si sta mangiando :-)

@globetrotter: direi che ormai abbiamo appurato che la versione ufficiale è quella dei gatti (quella dell’acqua per i viandanti, poiché al momento fa francamente freddino, mi sembrava un po’ difficile – cioè al massimo per adesso uno potrebbe morire di freddo per strada, di certo non per la desidratazione :)

48 ElenaB ha scritto:
19 febbraio 2010 alle 15:08

Dato che molte di queste leccornie giapponesi sono raramente disponibili nei ristoranti qui in Italia, sono andata a cercare gli ingredienti per mettermi all’opera…e non li ho trovati. Niente dashi, miso, mirin…c’è qualcuno di Torino che mi dice dove andare a comprare gli ingredienti?

[...] il genere donburi (= ciotolona di riso con un qualche cosa di cucinato sopra ) mi è molto simpatico e più va e più lo trovo simpatico, nel senso che è davvero praticissimo preparare il riso e un [...]

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