
Jamie does Spain, Italy, Morocco, Sweden, France, Greece…
Jamie Oliver
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In realtà sono pure in ritardo sulle pubblicazioni dell’innarestabile J.me, poiché nel mentre è uscito 30-Minute meals che non ho nemmeno ancora ordinato. Ciò detto, da brava lettrice culinaria appassionata di cibi legati a viaggi, il tutto reso in immagini suggestive, non c’era dubbio che questo qui è un libro che non poteva che piacermi all’infinito, e infatti… Vi dico solo com’è andata quando ho ricevuto il pacchettino amazon: ho scartato il libro, ho sorriso beata alla copertina, poi l’ho girata piano, ho passato le dita su quella carta ruvida, ho visto la prima foto sulla doppi pagina di titolo, e ho pensato ‘ma forse il punto non è tanto che mi piace Jamie, forse il punto è che mi piace proprio tanto tanto Davide Loftus (il suo fedelissimo fotografo, ndr). E infatti, giro ancora una pagina, e mi trovo un collage di fotine in cui figura Loftus, accompagnata di un testo del pugno di Jamie Oliver in cui dedica il libro, appunto, al suo fotografo… Sul resto, che dire – lol – è il libro della trasmissione che portò Jamie in giro per i paesi elencati nel titolo, le sue ricette propongono in genere delle piccole variazioni (chimiamole ‘twist personali’) su dei classici della cucina locale e, beh, non c’è semplicemente bisogno di farci le pulci, è un libro delizioso, forse prima ancora per le foto che per le ricette (ma siamo lì lì eh). Decisamente il mio coup de coeur di questo episodo libresco.
Oh, yeah! Patatas bravas; Tortas de aceite; Polpette svedesi; Gorgeous beetroot gravadlax; Pytt y panna; Chicken kebabs with avocado dip; Mighty meaty stifado; Sticky and gorgeous pork stew; Warm quail salad; Savoury chesnut crepes; Crème caramel with roasted persimmons;…

La cuisine de Fumiko
Fumiko Kono
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Me l’avevano suggerito diverse amiche francesi, me l’aveva suggerito anche lo stesso Amazon (eheheh) e soprattutto: la foto di copertina era cosi semplice, eterea e insieme franca, molto giapponese e insieme poco giapponese, con quel qualcosa di leggero e decisamente intrigante, che non poteva non attirarmi… E Fumiko spiazza, decisamente. Mi sarei aspettato una cucina giapponese, magari contemporanea, magari meticciata, magari gioiosamente fusion, e invece ho trovato una ragazza seria, appassionata, con un vero e riconoscibilissimo nerbo da chef, che è quasi più francese che giapponese, pur rimanendo profondamente giapponese. Una bella lettura di cos’è e cosa fa Fumiko la dà Alain Passard, nell’introduzione del libro, in una lingua leggera, meditata e poetica (una letterarietà che, curiosamente, dalle parti degli chef italiani non ho inontrata mai), e che corrisponde esattamente ai piatti che questo libro contiene, a quella curiosa cucina di livello, raffinata e insieme semplice, evocativa senza essere barocca, pulita eppur potenzialmente complessa. Insomma, l’introduzione di Passard è decisamente sentimentale, e in qualche modo rende benissimo l’idea della cucina di Fumiko, sentimentale e poetica pure lei: shematizzando si potrebbe dire che consiste nel prendere la cucina francese, alleggerirla di un tot e introdurci alcuni principi giapponesi (i contrasti di sapore per esempio, o l’ampio uso di tochetti aciduli a dare del peps a un piatto, ecc), rendendo gli ingredienti lievi come farfalle e petali, come quella poesia rarefatta quanto goduriosa che solo in Giappone s’incontra. Ecco, Fumiko è una ragazza munita di padella che si muove, precisa e attenta, su un sottilisismo filo teso fra Parigi e Tokyo, e questo libro è una boccata d’aria, un concentrato di ispirazione, una collezione di nuvolette di bontà e piccole esperienze sensoriali. Una lettura culinaria davvero notevole, come vorremmo tanto vederne più spesso.
So oishii! Millefeuilles de Saint-acques et de kiwis; Salade de concombre et wakamé, vinaigrette aux anchois; Pigeons laqués au soja, peches au citron vert; Salade au maquereau fumé, abricot, amande et tomme de chèvre;…

Patisserie!
Christophe Felder
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E se doveste comperarne solo uno, dovrebbe essere questo qui. Chi segue da un po’ (e con attenzione :-P) questo blogghino è già familiare col nome di Felder poiché alcuni degli impasti base che uso – con un certo fanatismo :-) – sono suoi, e credo di essermi estasiata in più di una occasione sulla favolosa precisione e affidabilità delle sue ricette, anzi, delle ricette pubblicate nei suoi volumi dedicati alle basi della pasticceria alle edizioni Minerva (in Francia, ndr). Stavolta, per Natale, Ferlder festeggia col botto, riproponendo tutti quanti gli 9 opuscoli pubblicati in un unico volumone bello pesante. Ora, oltra al fatto che economicamente la faccenda è decisamente vantaggiosa ( 9 x 18,95 euro vs. 39,90 euro il volumone rosa, vedete un po’ voi), devo proprio dirvi che ammioumileavviso, questo libro qui può tranquillamente sostituire, da solo e en vrac, il larousse des desserts e quel PH10 sul quale state sbavando da ormai tre anno senza aver ancora avuto il coraggio di ordinarlo. Felder è decisamente più affidabile di tutti gli altri autori di pasticcieria messi insieme e sopratutto, con le base che indica lui si può creare, inventare e giocherellare all’infinito (lo faccio spesso: prendo un’impasto di qua, una crema di la, un abbinamento altrove ancora, e hop, ecco la – raffinata – crostata della domenica… :-). Insomma, non lo dico più, se siete o avete in tiro dei soggetti particolarmente attratti dalla pasticcieria (non quella che una ricetta sono 10 pagine e che elenca torte che si possono fare solo durante le vacanze di natale), qui dentro trovate 210 ricette con 3200 foto (perché c’è sempre anche lo sviluppo paso passo in immagini), quanto basta e avanzza per farsi una serissima e utile base di pasticcieria francese. Un utilissimo e bellissimo regalo di Natale :-)
Les classiques inratables: la tarte Linzer; le gateau basque; les macarons; les croisants; la crème caramel; les petits pots au chocolat; la pate feuilletée; la pate sucrée chocolat, etc.

Pop, la nuova grande cucina italiana
Davide Oldani
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Devo dire sinceramente che un libro che sceglie di autoproclamarsi, dal titolo, come il manifesto dlela ‘nuova’ ‘grande’ cucina italiana, per me lettrice – utilizzatrice finale nonché persona lambda desiderosa di cucinare – parte già con un paio di punti a debito. E infatti, non è che la prima parte del libro mi ha spinta ad essere molto più clemente nel giudizio: diciamo che è esattamente il ‘libro da chef’ con tutto ciò che il concetto cela di bello e di brutto. Lato brutto: l’autocelebrazione esasperata. Aprite e iniziate a sfogliare, aspettandovi di vedere piatti e ricette e invece inciampate in un buon 82 pagine in cui potrete scoprire vita e miracoli di Davide Oldani, incluso foto d’infanzio, foto allo stadio, e foto degli amici. Ecco, a me queste cose qui mi mandano fuori dalla graziadiddio. Perché non è questo che cerco in un libro di cucina (e questa vanitosa svista accade per di più in Italia: se guardate i titoli francesi troverete, giustamente, degli chefs che propongono una cucina quotidiana, non dei cataloghi patinati per far vedere quanto so’ bravi, e questi ultimi, nel quotidiano dei lettori/acquirenti sono semplicemente inutili…). Insomma, le monografie e biografia vanno bene per i premi Nobel più o meno deceduti, vanno benissimo i tributi, va benissimo la ricerca, va persino bene enunciare la propria visione della cucina, fornire dei sottotitoli, degli accenni di spiegazione, ma da li a riempire 82 (ottantadueee??) pagine di cui a parte i diretti interessati temo che non gliene importi a molti, lo trovo come dire un filino esagerato. Del resto, in cucina come negli altri domini dell’arte, ciò che deve parlare è l’opera, non serve che l’artista faccia un lavoro esegetico di se stesso (l’esegesi la fa il critico :-p). Detto questo, il libro da chef, anche se esagerato, ha pur sempre una valenza positiva (sissi, davvero): è comunque anche una fonte di ispirazione. E qui, quando finalmente arriva la parte ‘ricette’, s’intravvedono alcuni abbinamenti potenzialmente stuzzicanti, per la mente prima ancora che per il palato, tipo: cacao e bottarga, seppia e vaniglia, olive nere e pesca, erborinato e pistacchi, ecc anche se, e devo tornare a stigmatizzare, c’è in questo libro una serie di ingredienti che né io né voi non troveremo maaaaaai allo spaccio sotto casa, tipo lingue di anatra, cosce di rana e animelle, crocchette di testina, et j’en passe. Insomma, riepilogando: se siete fanatico di D’O, può essere che questo libro sia fatto per voi, in tutti gli altri casi: mmmah :-)
Too Pop: Pane, pepe nero, Marsala e riso; Salsa carbonara, pancetta e riso; Cioccolatini con pomodoro e vaniglia; Gnocchi al cacao, bottarga di tonno e lampascioni; Ravioli di piselli arrostiti, uova di seppia, vaniglia e germogli; Millefoglie di melanzane e cioccolato; M’pepata di cozze, sot-l’y-laisse arrostiti; Melagrana, buccia d’agrumi, cacao e riso; Indivia brasata, gamberi, datteri, cachi e cotenna di maiale,…

Il libro delle tapas
Simone & Ines Ortega
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Ahhh, l’Espana, oohhh, le tapas. Beh, è vero, negli ultimi anni la Spagna e il suo modo divertito, informale e a volte anche un pochino chiassoso di spizzicare fra amici è diventato uno stile, tant’è che i tapas si sono decisamente ben exportati. E quando credi che finalmente l’onda modaiola stia un po scemando, ecco che arriva Il libro delle tapas, opera di madre e figlie spagnolissime autrici di ricette, a confermare, dopo le 1080 recetes e un giorno al Bulli, la tendenza francamente filo-hispanica della casa editrice inglese che anche solo due anni fa non avrei esitata di qualificare de la più fica al mondo.
E questo libro sulle tapas è, al primo impatto, simpatico (tutto stampato su carta gialla con titoloni rossi e testo nero, ‘na roba che non s’era mai vista). Poiché è anche voluminoso, dà la sensazione di essere pure the ultimate tapas cookbook, il libro che basterà a se stesso, il libro che farà si che non vi servirà mai più nessun altro libro sulle tapas, soit la referenza ultima, assoluta, piena, perfetta e immutabile. Magari! Percorrendolo però, questo libro, mi è venuto però da fare un paio di osservazioni:
1) penso che il libro ultimo sulle tapas possa essere meno voluminoso. Ora, io non sono un’esperta in materia di cucina spagnola, pero, in questo libro ci sono una serie di ricette che pur potendo essere servite come tapas (e se non erro si può servire in porzione ‘tapas’ potenzialmente qualsivoglia preparazione culinaria) non appartengono affatto alla tradizione spagnola. Detto diversamente: ma c’era veramente bisogno dell’insalata russa, delle uova sode ripiene di insalata russa, dell’esocitissima insalata di arance e finocchi e di un altro paio di cose che non solo suonano molto poco spagnole e che fra l’altro non ho mai visto in un tapas bar? (anche se chiaramente: non li ho mica fatti tutti :-)
2) il lavoro dei traduttori mi ha lasciata qua e là perplessa o piutosto, mi è venuto da pensare che si trattasse di traduttori che solitamente non si occupano di testi di cucina. Così le uova poché sono qui ‘uova barzotte’ (nome omen, yumm), e per il resto se non sapete dove trovare formaggi esotici quanto il Cabrales (che è un erborinato, il libro suggerisce di sostituirlo con il Roquefort… qualcuno deve aver perso di vista che da queste parti abbiamo il gorgonzola…) o l’Idiazabal (dice l’indice degli ingredienti che si può sostituire con il Manchego… ah, beh allora… ☺), sono in sostanza cavoli vostri…
3) Terza nota dolente: le foto. Ora, come già detto, per me lo standard Phaidon era fra i più alti al mondo – ripenso a Rose bakery, o al più recente librone di Ferran Adria. Beh, qui le foto sinceramente non sono un granché. Intanto sono separate dal testo: un capitolo di ricette è seguito da una ventina di foto, poi di nuovo ricette secche, poi di nuovo foto, ricorda i libri di cucina anni sessanta, in cui si alternano i sedicesimi di carta uso mano, per il testo, e carta lucida per le foto. Un sistema un po’ desueto, risparmioso e soprattutto molto poco pratico da consultare. Poi sopratutto, la cosa più inquietante è che francamente qualsiasi foto del capitolo Spagna del libro di Jamie Oliver è infinitamente mejor (mettendo fianco a fanco le patate bravas queste con quelle sue è una di quelle esperienze che vi fanno prendere le misure in abissi), ma anche per dire l’iconografia di Movida Rustica, di cui avevo parlato all’ultimo round-up libri, era decisamente più intimista, toccante, vibrante e invitante rispetto a queste foto qui, che si vogliono semplici ma che sono talmente povere da risultare addirittura bruttarelle. Nell’insieme, quindi, un po’ un’occasione sprecata.
Nella mia cucina
Allan Bay
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Devo dire che il concetto del libro è originale e che fin qui non avevo mai visto nulla di simile: l’ultimo libro di Allan Bay propone niente meno di una visita guidata nella sua personalissima cucina di casa (che è un posto grande circa quanto il mio soggiorno tutto intero, anzi, forse è persino un po’ più grande, e sopratutto, la cucina di Allan Bay è una specie di strano ibrido, una cucina da ristorante piena di chicche e giochini e aggeggi preziosi, ma che si trova in una casa privata… Insomma, non sarei sorpresa se stesse davvero sul’elenco dei luoghi del desiderio di più di un foodie :-) Quindi: 100 attrezzi e ustensili, elencati, descritti e raccontati, per capire finalmente a cosa servono tutti questi nomi barbari che a volte sentite menzionare nei servizi a tema gastronomico e anche, e questa mi pare la parte più divertente, per confrontare la vostra cucina e i vostri attrezzi con quelli di un pro e appassionato vero (anche se decisamente fuori dal comune :-), insomma, questo libro si presta a un ottimo giochino del celo/manca. Infine oltre all’interesso curioso e al lato ‘didattico’ della faccenda (anche se i testi non sono mai secchi e noiosi), ogni articolo è corredato di tre o quattro ricette, tanto per darci poi anche degli spunti sull’utilità e l’utilizzo degli accessori descritti. Insomma, un taglio diverso e interessante, e un giro davvero istruttuvi in ciò che è, non ne ho dubbi, una delle cucina più ricche e interessanti di questo paese :-) Cio detto – e già lo so che qui si scatenerà una discussione a non più finire – io le carbonnades non le brucio col cannellino prima di farle cuocere con la birra… :-))
celo: cannello gas, cocotte, coltelli da ceramica, mandolino, termometro da cucina, …
mimmanca: abbatitore, affettatrice, ago per lardellare, botte per l’aceto, piastra a induzione, polentiera elettrica, sifone…
Bagels comme à New York
Marc Grossman e.a.
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Davvero un piccolo libro delizioso, tanto sul versante delle foto che su quello delle ricette, qui forse più che negli altri libri della serie, una inventiva grafica davvero notevole, dal collage di fotine sul sommario alle foto in bn che fanno tanto vecchia NY, bellissime le immagini del passo passo, belle le idee di ricette e varianti sul classico bagel, le ricettine per condimenti, i suggerimenti per accompagnamenti di verdure, e poi una serie di preparazioni per condimenti piu complessi e fantasiosi, per finire con una piccola collezione di ricette dolci. Insomma, in un libretto cosi piccolo, un intero mondo, ricco e profumoso, pieno di idee e suggerimenti. Un libretto praticamente per-fet-to e delizioso quanto i bagels stessi che propone.
Yumm… Bagel mais et coriandre; Pumpernickel bagel; Bagel erable et noix de pecan; Bagel façon burrito; Bagel burger; Bagel vegetalien; Bagel beurre d’amandes et confiture…

Meringues
Alissa Morov
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Il sottotitolo di questo libretto è ‘sucrées + salées’ e non so voi ma l’idea di una meringa salata – poiché la meringa per definizione è composta al 90 e passa percento di zucchero – mi ha lasciato più perplessa che intrigata. In ogni caso: volevo vedere cosa mai fossero queste meringhe salate. Un po’ l’ho pensato, che tanto ormai in Francia si sono fatte monografie gastronomiche su praticamente qualsiasi argomento (e infatti girare il reparto cuisine della fnac di parigi è quasi esasperante, semplicemente gli editori non sanno più cosa inventare e ormai insieme al libro si vendono interi reparti di casalinghi, anzi, l’unica cosa che mi ha veramente fatta sorridere per innovazione e audacia e sense of humor è questa qui), la meringa (salata, ça va sans dire) era forse l’ultimo baluardo che poteva cadere.
Alors: si inizia con un po’ di basics, poi con un tot di ricette dolci (fra cui anche alcune trovate carine, come i cookies di meringa, il cupcake decorato con un folto ciuffo di meringa, il tramezzino di meringa con marmellata e burro di arachidi – carina l’idea ma per me anche no grazie). La noia semmai inizia quando si va a vedere la sezione salata: perché le meringue salate rimangono comunque coposte in gran parte di zucchero. Già. Solo che poi ci si aggiungono spezie, tante, e sale e pepe. Sicché così sulla carta, devo ammettere che il canapé di meringa con wasabi, granchio e sesamo, o i nidi di meringa ai gamberi di fiume in salsa, o i gressini di meringa al parmigiano, a me sinceramente mi fano un pochino ribellare le budella. Okay, vero che prima dovrò provare, e proverò, però nell’insieme la meringa salata mi pare un po’ pretestuosa, mi sembra un po’ un mero e inutile giochino formale, e non sono mica certa che, oltre a far ridere i polli, sia poi tanto interessante servire i calamari fritti insieme agi anelli di meringa alle cipolle. Anzi, ne dubito proprio fortemente (però, vi saprò dire! ☺

Soupes du jour
Anne-Catherine Bley
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Qui invece, niente sorprese, niente delusioni o ritegni, Anne-Catherine Bley in questo libretto è uguale a se stessa di sempre e propone, come in tutti i suoi libri e come nel suo favoloso Bar à soupes parigino, delle ottime e affidabili zuppe, naturali, fresche, sane e persino golose. Aggiungeteci le fotografie della nippo-francese che qui preferiamo, il solito formato quadrato marabout e voilà, un adorabile librettino da tenere in tiro per la cucina, dove spizzicare delle idee per impiegare le verdure bio prese al mercato stamattina e adolcire notevolmente pranzi e cene invernali… Un regalino ino ino davvero utile.

E la prima volta che mi capita di parlarne fra i libri eppure, la p’tite Cléa la conosco da quando ho aperto questo blog. Il suo era uno dei pochisssssimi blog che nel primissimo periodo di cavoletto leggevo sempre – sembra una vita fa – e guarda caso, in quei mesi Clea viveva in giappone e raccontava ogni giorni scoperte e avventure avvenute nella sua minuscola cucina nipponica (tutte cose che non ho ben capite fino a quando mi sono ritrovata, su per giù, nella stessa situazione :-). A parte questa parentesi amarcord, la signorina da allora ha fatto un sacco di strada sopratutto un mucchio di libri, quasi tutti con le edizioni la plage, e tutti parecchio se non totalmente orientati bio, ma un bio che piace a tutti, soft invece che estremista, inventivo piuttosto che punitivo… E anche questo librino è così, sano e insieme divertente, con le creme di oleaginosi al posto del burro, con grandi rinforzi di semini, farine alternative e frutta secca, senz aperò estremismi appunto, uova e formaggio ci sono, e anche spesso e volentieri… Una piccola raccolta di cosette salate ma sopratutto sane da sgranocchiare all’aperitivo o come snack equilibrati in qualsiasi momento della giornata, con lo styling e le foto di Dalphine Brunot e Eric Fénot che sono veramente veramente niente male… :-)
Mille e un… Panettone!
Barbara Carbone e Dario Loison
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Un po’ come per gli chefs, quando sono le aziende, per quanto artigianali siano, a fare i libri, il rischio della scriteriata autopromozione a manette è sempre dietro l’angolo. Bene, nel caso di questo libro qui, non c’è nulla da temere invece: il libro è ben documentato e piacevole da leggere, percorre brevemente certo la storia dell’azienda di famiglia ma da sopratutto interessantissime indicazioni su origine e sviluppo di quel curioso dolce a forma di cuscinetto tanto tipico del natale italico. Molto interessante anche la sezione in cui si accenna a varianti e cuginetti italici e internazionali (poiché in sostanza, il panettone è un pane delle feste, arricchito con ciò che una volta erano ingredienti preziosi, a iniziare da burro, uova, e poi via di canditi, frutta secca ecc, e che in effetti in un po’ tuti i paesi europei si incontrano oggetti nei quali si indovina una certa parentela…). Insomma, questo libro sarebbe interessante anche solo per la parte storica e teorica che contiene. Ma non finisce qui perché poi c’è una parte di ricette – alcune sono firmate da chef di mezzo mondo – e anche qui ci sono una serie di input decisamente decisamente stimolanti, divertenti e utile, sia per delineare il menu delle feste che per riciclare gli avanzi a gennaio.. :-))
Panettonizzando: Millefoglie di panettone e foie gras; Mini muffin di panettone e salsiccia; nocchi di panettone con salsa allo zafferano uvetta; Risotto al panettone; Filetto di vitello in panure di panettone con patate dorate, uvetta e pistacchi; Fritelle di panettone e aragosta;…
Magari un che di formaggio
a cura di Paola Calciolari e Gianfranco Allari
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Ho incontrato questo libro, i suoi curatori e il luogo dove è nato un paio di mesi fa e tutti quanti questi incontri mi hanno incantata. A iniziare dalla scuola di cucina Le Tamerici, vicino Mantova, dello spirito che lo anima, gli spazi e i prodotti fantasiosi realizzati dal laboratorio sito nelo stesso luogo, proseguendo con Paola e Gianfranco, che sono stato un bel incontro, perché appassionati, gentili e sopratutto schietti… In quanto al grana, eco, questo libro è nato in seguito a un consocrso di ricette organizzato alla scuola le Tamerici, con il tema ‘Il grana padano nella cucina di casa mia’ e raccoglie quindi le ricette che più sono piaciute alla giuria. Pero in realtà queso non è un semplice e triste corpus di ricette premiate: il libro è pubblicato alle edizioni Corraini ed è davvero un bel oggetino, colorato, ricco, dinamico e deliziosamente illustrato, e l’insiemeè davvero, nonostante le ricette non siano corredate di foto, un ottimo prodotto editoriale. Per me, oltre che un piacere da sfogliare, è anche un bel insieme di ricettine belle ispiranti oltre che un ottimo motivo per ammorbidire un pochino il mio talebanismo del parmigiano reggiano sinon rien… :-))
Magari… Sablés alle mandorle, mais, Grana Padano e olio extravergine di olive; Millefoglie di sedano rapa con tartufo della Lessinia e Grana Padano; Risotto con tomino all’ortica, mousse al Grana Padano e uova di quaglia; Maltagliati al rana Padana con capesante al profumo di arancia;…

Quello che le mamme non dicono
Chiara Cecilia Santamaria
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Okay, non c’entra un granché con la cucina (anche se…) però, visto le circostanze e il periodo, mi prendo la licenza di inserire per una volta anche un mommy-libro. Per un motivo molto semplice: questo libro l’ho adorato. E non solo perché Chiara è un’amica, ma perché questo libro mi ha accompagnato per qualche giorno nei primissimi mesi della gravidanza: sdramatizza e fa molto sorridere, da persino conforto, e rassicura su mille dubbi e timori e via dicendo. Perché in fondo non è detto che si sia veramente mai preparati ad affrontare i mille cambiamenti radicali che portano la gravidanza e il ‘diventare genitore’ – vabbbe, magari di quello riparleremo più avanti, lol. Insomma, Chiara, con la sua ironia sempre graffiantina e una notevole lucidità racconta in sostanza dei suoi nove mesi, e anche di quelli dopo, e ha il grande merito di aver, come fra l’altro ha fatto anche con il suo blog, dissipato quella diffusissima mistificazione in cui il mondo delle gravide è tutto rosa e bello, paffuta e perenne felicità ormonale e naturale perfezione. Non è – esattamente – così, e va detto perché dicendolo un sacco di future e neomamme, penso, possono risparmiarsi un sacco di frustrazione, malessere e dipressioni. Nessuno è perfetto, ed è veramente tanto meglio sorriderci sopra :-) E con questo mando anche un sincero augurio a tutti i quasi-genitori (e sono un bel po’ :-) che conoscono o che passavano casualmente da queste parti… :-)
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Categorie: libri
Scritto da Sigrid lunedì 13 dicembre 2010




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