
Ma prima di tutto, una canzona per oggi, di un cantante scoperto giusto ieri (grazie a Matteo Caccia e Radio24) e che nell’arco di 24 ore è già riuscito a piacermi proprio un fracco… ♫ Buon Appetito – Dente ♪








La leggenda dell’Amatriciana, di Matteo Ruisi
Purtroppo ho avuto solo 3 giorni per visitare la capitale e devo dire che, tra le altre cose, l’ho anche vista piuttosto male. Niente “Bocca della verità”, niente “Terme di Caracalla”, niente “Pantheon”, ciò che ho visitato meglio è stato, con tutta probabilità, il Carrefour Express del Colosseo.
Un piccolo consiglio: non parlare mai di amatriciana ai salumieri del Colosseo, vi intratterranno per ore spiegandovi nei minimi particolari la loro versione del famoso piatto laziale, non solo illustrandovi la ricetta ma anche raccontandovi storie, origini, leggende e balle galattiche su di esso.
“Ma a voi al nord chi ve la impara l’amatriciana a te?”
Il mio amico salumiere iniziò il racconto più o meno con questo pout pourri di pronomi.
“In antichità, che cosa potevano portare al pascolo i contadini amatriciani, secondo te?” Mi chiese.
“Allora… vediamo… i pomodori.” Dissi io.
“Ennò! Eggià me sbaiji!
Potevano portà solo dù cose”, disse, iniziando a scuotere le dita davanti alla mia faccia.
“Er guanciale, er pegorino, ‘a pasta e er vino da bbevere”
Ignorai il fatto che fossero 4 cose.
“Era ‘n piatto povero, mica come quegli de oggi”.
Annuii continuando ad ascoltare la storia/leggenda/balla galattica finché decisi che avrei creduto a ogni singola parola del racconto, a mio rischio e pericolo.
Al confine con l’Abruzzo esisteva, ed esiste tutt’ora, una piccola cittadina laziale di nome Amatrice dove vennero inventati appunto gli spaghetti all’amatriciana ma anche un sacco di altre cose, come il pecorino romano, la religione cattolica, il vento e la parola “ciliboria”.
Ad Amatrice viveva un giovane allevatore di pecore, Augusto, soprannominato “Gusto” per la sua tendenza a trattarsi bene in fatto di cibo. Mentre gli altri allevatori portavano a pranzo semplicemente del pane che inzuppavano nel fiume (inventando così la ricetta del “pane e acqua”) Augusto, detto Gusto, portava con sé delle grandi prelibatezze.
Il suo primo giorno di lavoro, narra la leggenda, portò addirittura del cioccolato contenuto in una noce di cocco divisa a metà (inventando contemporaneamente la schiscetta e il Bounty).
I pecorari non vedevano di buon occhio il giovane Augusto, perché avevano maturato tutti quanti la convinzione che fosse un po’ superbo, che si credesse migliore degli altri. “Un pecoraro” – sostenevano tutti – “dovrebbe mangiare solo carne di pecora, formaggio di pecora, bere latte di pecora e al massimo nutrirsi con della lana” – ma mai e poi mai dovrebbe mangiare il Bounty!
Fu così che Augusto decise di assecondare in parte le continue lamentele dei suoi colleghi decidendo di portare a lavoro solamente prodotti reperibili nel territorio.
Il primo giorno dopo la presa di coscienza, portò al lavoro della pasta. La cosse in un geiser tipico laziale e la mangiò così: senza sale, né olio, né peperoncino, né coulisse di ricci di mare marinati al pompelmo.
Non gli piacque molto e per questo motivo il giorno seguente provò ad aggiungere delle foglie di quercia.
Questa volta però invitò dei colleghi al banchetto, si sedettero tutti su un capitello di inestimabile valore e mangiarono allegramente la pasta alle foglie, quella che oggi conosciamo come pasta foglia. Mi sembra.
Non era niente male ma ancora c’era del lavoro da fare.
Siccome nel Lazio, in quel periodo, si trovavano molti maiali di tutte le razze, Augusto decise di provare una parte di esso per insaporire la salsa, al posto delle foglie. Non poteva usare parti troppo pregiate perché il maiale valeva molti soldi e i ricchi erano disposti a pagare svariati denari per poterlo avere. Decise quindi di usare l’urina.
L’urina però era una merda. Poi provò con la merda ma la merda, manco a dirlo, era un’urina.
Si chiese poi quale fosse la parte di scarto più morbida del maiale e gli venne in mente la guancia. Infatti la guancia del maiale era molto morbida perché le nonne dei maiali solevano strizzare sempre le guance dei loro nipoti, intenerendo in questo modo le carni. Le nonne maiale dell’epoca non immaginavano di certo che quel gesto avrebbe mandato al macello i loro pargoletti altrimenti, credo, non l’avrebbero più fatto.
Al successivo banchetto il giovane pastore diede il meglio di sé e inventò l’amatriciana originale, quella senza pomodori che chiamò appunto “amatriciana senza pomodori”, proprio perché non li aveva messi e non aveva nemmeno intenzione di farlo.
“Metti i pomodori, Augusto!” gli dissero tutti quanti ma lui: “No! L’originale è senza pomodori e senza cipolla!”, li ammonì, “L’ho inventata io, lo saprò meglio di voi come è fatta?”.
Dopodiché inventò anche la bestemmia.
Fu in questa occasione che Augusto ricevette il plauso della critica ricevendo addirittura una stella Michelin.
Nacque allo stesso tempo quella che sarebbe diventata l’eterna diatriba sull’amatriciana originale.
La storia di Augusto da quel momento si perse nella notte dei tempi. Dopo la stella Michelin, aprì un ristorante col suo amico Flavio che chiamò “Anfiteatro da Flavio” in cui serviva carne felina ed umana. Quell’anno guadagnò il titolo di “Chef dell’anno” che lo lanciò nel mondo dell’alta cucina fino a farlo diventare ricco e famoso. In quegli anni diventò imperatore, conquistò mezzo mondo, uccise Giulio Cesare, incendiò Roma, dipinse la Cappella Sistina, donò a Pietro le chiavi del paradiso e scrisse la Divina Commedia al contrario.
Così dicono.
(testo tratto da Quante storie per un hamburger, opera inedita)
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Categorie: carne, schifezze, tradizioni d'italia
Scritto da Sigrid mercoledì 15 febbraio 2012




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