
E appunto, da bravi turisti, prima di pensare alla merenda si girano le vie del centro del paese. Cosa che a Erice non impegna un tempo smisurato, il paesino essendo piccolo. Una delle caratteristiche del luogo è del resto la sua frescura, sembra di stare in un posto naturalmente fornito di aria condizionata (quel giorno a San Vito si moriva, a Erice quasiquasi ci voleva il maglioncino :-), cosa che immagino si possa spiegare col fatto che Erice si trova su un’unica colina alta 700m, e isolata in una specie di pianura (per dire, anche in Calabria stiamo circa a quell’altezza li, ma l’escursione termica non si avverte in quel modo esagerato, forse proprio perché li tutt’intorno c’è la montagna, boh :-). Il paese di per sé risulta semplicemente affascinante, per com’è stato costruito, per com’è è tenuto, per come è radicalmente diversa da qualsiasi altro luogo siciliano che io abbia conosciuto, perché ogni cosa, ogni pietra, ogni portico, ogni facciata di chiesa suggerisce qualcosa di remoto, lontano, qualcosa di quasi mitico. E già solo quel inusuale viaggio mentale, di per sé, è decisamente spaesante…


E poi appunto siamo andati a curiosare nella pasticceria di Maria Grammatico. Già dall’ingresso, da quando uno intravvede negli armadi antichi le montagne composte di dolcetti di mandorle chiuse da ante di legno e vetro, si capisce subito che questa pasticceria qui è diversa dalle altre (e in particolar modo da quella che si è molto arrogantemente istallata di fianco con tanto di cartelli fluorescenti e fotografie agghiaccianti :-). Insomma, quella di Maria è una pasticceria di altri tempi, pacata anche quando si riempie di turisti ossequiosi, è una di quelle caverne di Ali Baba dove, subito dopo la soglia, ti riscopri bambino, a guardare meravigliato le montagnette di palline di mandorle srotolate nello zucchero semolato, di buccellati ritagliati come piccoli lavori di pizzo, i cestini pieni di frutta di martorana deliziosamente colorata, le file ordinate di cannoli, cassatine e genovesi pesantemente incipriati di zucchero a velo, gli scafali di legno carichi di barattolini di marmellate di agrumi, è tutto familiare e insieme prezioso, sembra di non aver abbastanza occhi per guardare tutto, e uno quasi va nel panico pensando che da qui a poco dovrà anche scegliere quali fra tutte queste tante cose vorrà assaggiare… Insomma, entrate li è vi viene il capogiro garantito. Sopra e nella foto sotto, i dolcetti di cui mi sono innamorata non appena li ho visti e che decreterei qui e adesso i dolcetti più belli dell’universo – no, nientedimeno :-) Vengono chiamati pasta di conserva o dolci di riposto, e Maria li descrive così: sarebbero conchigliette di pasta reale (aka marzapane) riempite di conserva di cedro, poi ricamati sopra con i fiorellini, pure di pasta di mandorla. Poi su i dolci di riposto ci si mette il cilepro, la velata di zucchero per la pasta reale, e vanno al forno, il tempo di asciugarli, ma con forno leggerissimo, tiepido, perché così vengono lucidi. A parte che i motivi floreali colorati di verde e rosso con quella loro lieve patina che sembra quasi madreperla sono semplicemente emozionanti, se ci fate caso, nel mucchio, non ci sono due paste uguali, vengono tutte diverse, ognuno è un piccolo capolavoro di pazienza e artigianalità, in breve: sono veramente una cosa stu-pen-da! :-) E con queste, che sono uno dei tradizionali ‘dolci di badia’ cioè dolcetti delle monache, entriamo nella seconda parte della maria-grammatico-story…

Sapevo quindi che Maria Grammatico fosse nota come la migliore e la più autentica rapresentate del dolcetto tradizionale alle mandorle a Erice, ma per il resto ero del tutto ignara delle sua storia. E ignara lo ero anche al momento di visitare la sua pasticceria. Così, mentre stavo curiosando fra gli scaffali di rosoli e di fruttini di martorana confezionati in piccole cassette di legno, ho trovato, li in mezzo, un paio di librettini dalla copertina bianca: Mandorle amare era il titolo. Mi sono ricordata che Silvia aveva accennato a questo libretto fra l’autobiografia e il ricettario e così, trasportata dalla zuccherosa poesia del luogo e pensando che così almeno avrei avuto una volta per tutte una ricetta decente per la pasta di mandorle e magari pure per i genovesi, l’ho aggiunto alla mia spesa. Il libretto è rimasto nella sua bustina griffata pasticceria grammatico fino al rientro a roma, e anche qualche giorno dopo. Poi, tanto per, me lo sono portato sull’eurostar, ed è li, da qualche parte fra Roma e Milano, che finalmente ho saputo chi è Maria Grammatico e da dove arrivano i suoi dolcetti. Perché ecco, la signora Maria non è semplicemente una signora che fa i pasticcini di mandorla, no: è praticamente l’erede della tradizione dolciairia delle monache di clausura di Erice. Già, quello delle monache e dei loro dolcetti tipici sembra quasi il fil rouge di questo viaggio… (per colloro che si fossero persi la puntata precedente: da questa parte prego :-)

Il libro quindi contiene delle ricette ma anche e sopratutto i racconti e ricordi di Maria, di come a otto anni, dopo la morte di suo padre, sua madre fu costretta a mandare lei e la sorella all’orfanotrofio, dalle suore, in modo da poter dare da mangiare ai suoi altri quattro figli più piccoli (sono cose che non riusciamo neanche a concepire ma era il dopoguerra e c’era la fame…). Queste suore, per mantenersi, confezionavano e vendevano dolci tradizionali, a base di mandorle, e le orfanelle che accoglievano, invece di essere mandate a scuola – cosa inimaginabile oggi – venivano messe a lavorare nel loro laboratorio di pasticceria. Dal racconto della Grammatico si capisce che era una vita dura, senza lussi anzi senza nulla che non fosse strettamente necessario, una vita veramente di altri tempi, e nonostante il fatto che quelle bambine fossero perennemente circondate di zucchero e mandorle, quel quotidiano fatto di restrizioni, privazioni, duro lavoro e isolamento totale, doveva essere davvero poco felice. Già che messo così sembra un film, o un romanzo storico, bisogna pure aggiungere che le monache erano gelosissime delle loro ricette e dei loro procedimenti e che non insegnavano nulla alle orfane, sicché Maria, che era curiosa e che aveva deciso di voler imparare, si è dovuto ‘rubare’ ricette e proporzioni, spiando le suore di notte mentre preparavano gli ingredienti che le bambine avrebbero impastato la mattina, in modo da ricostruire, di nascosto, le loro ricette. Infine, lasciato l’orfanotrofio dopo 15 anni di clausura, Maria apre una piccolissima pasticceria, nella quale inizia a esercitare, con poco o niente, l’unico lavoro che sapesse fare: quello di confezionare biscotti e dolcetti tradizionali alle mandorle. Ed è quello che fa tutt’ora. Insomma, quella di Maria è una storia dal sapore quasi ruvido di tempi davvero lontani, condita con scelte intelligenti e spigliate, e viene quasi da meravigliarsi pensando che tutto sommato sono passati ’solamente’ 50 anni e che Maria è ancora lì a Erice che plasma minuscole roselline di marzapane e palline dolci profumate al liquore sul tavolo di manrmo del suo laboratorio… In poche parole, oltre a essere una donna dal carattere fuori dal comune (si capisce fra le righe del suo libro, ma anche vedendola in video), credo proprio che Maria, che custodisce una tradizione che senza di lei sarebbe scomparsa, sia né più né meno un monumento vivente del patrimonio culturale siciliano :-) Per vederla raccontare queste e altre cose, si trova su youtube un pezzo dell’ottimo documentario di Piero Cannizzaro:
http://www.youtube.com/watch?v=j_pQY6SanKo&NR=1 (scusate se non è un link ma i link a youtube mi danno sempre problemi, insomma basta copiare e incollare :-)
Se invece siete curiosi del libro, trovate tutti i riferimenti sul sito dell’editore.


Infine, per smaltire questa montagna di calorie, consigliamo caldamente la visita della torre campanaria di Erice (non so quanti scalini erano ma l’esercizio fisico ci stava :-). Sotto, un paio di vedute dalla cima della torre: Trapani e le isole Edadi, e più giù, Favignana…


Finito il tour di Erice, non resta che seguire la curva del sole che inizia a tramontare, scendendo verso Trapani, girando brevemente nel centro e nella zona del porto… (to be continued – uffah, ancora?? è quasi finita su! :-P)

| Tweet |




Pingback: Le polpette dolci di Maria | il cavoletto di bruxelles
Pingback: L’anno del Cavolo [retrospettiva 2010] | il cavoletto di bruxelles